domenica 14 febbraio 2016

Sui media arabi continua la guerra tra filo-sauditi e filo-iraniani

[Voci dal mondo arabo]

Chi mette Isis e Iran sullo stesso piano e chi invece imputa la crisi attuale all’Arabia Saudita e alla diffusione del wahabismo. Tre articoli da tre diversi giornali arabi mostrano quanto è accesso lo 
scontro che sta dividendo (e distruggendo) il Medio Oriente.


La lettura del testo e la riforma religiosa

Di Ridwan al-Sayyid, al-Ittihâd, 17 gennaio 2016

Sebbene non abbiano le azioni di Daesh e degli iraniani non  abbiano alcuna relazione con la religione, nemmeno per chi le commette in nome di quest’ultima,  esse ci pongono ogni giorno di fronte a problematicità con cui dobbiamo fare i conti.
Quando, cinque mesi fa, gli ufficiali iraniani hanno iniziato a cadere ad Aleppo e nel nord della Siria, gli sciiti, e tra loro Khamenei, nei loro discorsi commemorativi affermavano come questi fossero morti solo per proteggere i luoghi di pellegrinaggio degli Al al-Bayt e combattere quanti lanciavano anatemi. Quando poi il fronte di Riyadh si è mosso contro Teheran, Ja‘afari, capo della Guardia della rivoluzione, ha dichiarato che la Guardia aveva addestrato duecentomila combattenti dispiegandoli in cinque Paesi arabi per diffondere i valori della rivoluzione islamica e difendere gli interessi della Repubblica!
Dopo tutto ciò c’è ancora bisogno di spiegare i due pretesti dell’ingerenza iraniana, vale a dire difendere i luoghi di pellegrinaggio e combattere chi accusa gli sciiti di miscredenza? Noi siamo tenuti a considerare queste cose seriamente non perché vi siano dei dubbi sulle due questioni, ma perché dobbiamo parlare ai cittadini arabi – musulmani, cristiani e non solo. Molti di loro credono a ciò che dicono gli iraniani, non perché abbiano una buona opinione dell’Iran, ma per la cattiva opinione che al-Qaida e Daesh hanno diffuso degli arabi e dell’Islam. Daesh ha attaccato alcuni luoghi di pellegrinaggio, la maggior parte dei quali sono dedicati a personalità sufi e storiche sunnite. I santuari e le tombe che offrono loro sepoltura, che siano dedicati agli Al al-bayt o ad altri, sono edifici dei sunniti, non degli sciiti – com’è il caso del mausoleo di Sayyida Zeynab nelle vicinanze di Damasco – e perciò difendere questo patrimonio religioso non spetta né agli iraniani né a Hezbollah. Non si è mai sentito che un Paese occupi un altro Paese perché una tomba
che gli appartiene è oggetto di attacchi. Così come non si è mai sentito che i musulmani sunniti nel mondo abbiano il diritto di andare a proteggere i musulmani in Siria e in Iraq le cui moschee sono distrutte a migliaia dall’artiglieria, dai bombardamenti aerei e dalle esplosioni […]. 

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Daesh e il daeshismo del regime saudita

Di Sâmir al-Marâhî, al-Akhbâr, 9 febbraio 2016

Chi legge in maniera scientifica e oggettiva la situazione in cui versano le nostre società e molti Paesi arabi e islamici per la diffusione del takfîr (anatema) criminale e la violenza daeshita [Daesh è l’acronimo arabo per Isis. Daeshita si riferisce all’ideologia di Daesh, ndt], percepirà come il fattore intellettuale e ideologico sia la causa principale di ciò che affligge le nostre società e i nostri Paesi. Questo fattore può essere sintetizzato nel salafismo wahabita e nella sua cultura. È evidente che il salafismo wahabita non si sarebbe diffuso in molti Paesi arabi e occidentali se il regime saudita non lo avesse fatto proprio e non gli avesse garantito il sostegno materiale, mediatico e politico. Il salafismo è riuscito ad attrarre molti seguaci fino a diventare un movimento mondiale il cui riferimento è il wahabismo saudita. La natura delle dottrine adottate dal salafismo wahabita non è un segreto. Esso include la peggior specie di sciovinismo religioso, l’accusa di miscredenza e l’annientamento dell’altro; il salafismo invita chiaramente a praticare la violenza, è incline alla persecuzione e alla repressione, lede i diritti dell’uomo, della donna, delle minoranze religiose e confessionali, e a distrugge la libertà in tutte le sue forme ed espressioni. È altrettanto noto che il regime saudita sostiene il salafismo wahabita e contribuisce a diffondere la da‘wa [predicazione] e  divulgare le sue dottrine, incitando al terrorismo, invitando a lanciare accuse di miscredenza, incitando a praticare la violenza, diffondendo la cultura dell’odio, fomentando la divisione e il razzismo, e incoraggiando l’uccisione e il crimine […]


La Russia offre sostegno sia a Isis sia a Bashar al-Asad

Di Ahmad Rahma, Al-Jazeera, 12 febbraio 2016




Gli arabi devono ricorrere al soft power nella lotta contro l’Iran

Di Karîm ‘Abdiyân Sa‘îd, Al-Sharq al-Awsat, 11 febbraio 2016

Non è più un segreto che il regime teocratico oggi in carica in Iran sia un’estensione del movimento anti-arabo della shu‘ûbiyya [movimento che già durante l’espansione islamica contestava la preminenza degli arabi], e che si ammanti dello sciismo per servire i propri interessi e conseguire i propri obiettivi di espansione nella regione araba. Al fine di raggiungere questi obiettivi il regime ricorre a tutti i mezzi disponibili – umani, materiali e mediatici in particolare, per uscire vittorioso dalla lotta manifesta con gli arabi.
Rispetto all’ascesa della minaccia iraniana, noi riteniamo che i Paesi arabi in generale e il Consiglio di Cooperazione del Golfo in particolare debbano bloccare questa espansione e affrontarla direttamente, senza rimandare, e lavorare alla creazione di un equilibrio strategico con questo Stato apostata, che si intromette negli affari dei suoi vicini e destabilizza la loro sicurezza e stabilità.
Vale la pena ricordare che, da ben tre decenni, gli attivisti arabi ahwazi [da Ahwaz, capitale della provincia iraniana del Khuzestan, ndt] mettono in guardia dal pericolo di incursioni del regime iraniano nella regione, in virtù della conoscenza che ne hanno avuto e di cui sono stati vittime.
All’epoca però il conflitto presentava una natura diversa rispetto a quella di oggi, perciò i loro avvertimenti non furono presi sul serio. Oggi però la lotta tra gli arabi e l’Iran è diventata una lotta esistenziale, che esige un approccio globale che preveda l’uso della forza per scongiurare questo pericolo imminente. Ma di quale forza
stiamo parlando? Io vedo due tipi di forze, l’“hard power” […] e il “soft power”. Io ritengo che il secondo sia più efficace […]. 

martedì 9 febbraio 2016

Siria: nella morsa dell’Iran e dello Stato Islamico

[Voci dal mondo arabo]

Secondo l’intellettuale libanese Ridwan al-Sayyid l’ingerenza iraniana in Siria è inopportuna e inammissibile. I pretesti  avanzati dall’Iran – la difesa dei luoghi di culto sciiti presenti a Damasco e la lotta contro chi accusa di miscredenza gli sciiti – a giustificazione del suo intervento non sono credibili perché, spiega al-Sayyid, nessuno Stato può arrogarsi il diritto di occupare un altro Stato col pretesto di difendere un luogo di culto che gli appartiene.
Nel frattempo lo Stato Islamico continua a mietere migliaia di vittime, non solo tra i cristiani e gli sciiti ma anche tra i sunniti, mosso nelle sue azioni dalla dottrina della fedeltà e della rottura (al-walâ’ wal-barâ’).  

Qui sotto la traduzione dell’articolo dell’autore.


Sebbene non abbiano alcuna relazione con la religione, anche agli occhi di chi le commette ponendole sotto la sua egida, le azioni di Daesh e degli iraniani ci pongono ogni giorno di fronte ad ambiguità con cui dobbiamo confrontarci.
Quando, cinque mesi fa, gli ufficiali iraniani hanno iniziato a cadere ad Aleppo e nel nord della Siria, gli sciiti, e tra loro Khamenei, nei loro discorsi commemorativi affermavano come questi fossero morti solo per proteggere i luoghi di pellegrinaggio degli Al al-Bayt e combattere quanti lanciavano anatemi. Quando poi il fronte di Riyadh si è mosso contro Teheran, Ja‘afari, capo della Guardia della rivoluzione, dichiarò che la Guardia aveva addestrato duecentomila combattenti dispiegandoli in cinque Paesi arabi per diffondere i valori della rivoluzione islamica e difendere gli interessi della Repubblica!

Nasrallah, l'ayatollah Khamenei e la moschea di Sayyida Zeynab a Damasco
Dopo tutto ciò c’è bisogno di spiegare i due pretesti dell’ingerenza iraniana, vale a dire difendere i luoghi di pellegrinaggio e combattere chi accusa gli sciiti di miscredenza? Noi siamo tenuti a considerare queste faccende seriamente non perché vi siano dei dubbi sulle due questioni, ma perché dobbiamo parlare ai cittadini arabi – musulmani, cristiani e non solo. Molti di loro credono a ciò che dicono gli iraniani, non perché abbiano una buona opinione dell’Iran, ma per la cattiva opinione che al-Qaida e Daesh hanno diffuso degli arabi e dell’Islam. Daesh ha rivolto la sua attenzione ad alcuni luoghi di pellegrinaggio, la maggior parte dei quali sono dedicati a personalità sufi e storiche sunnite. Quei luoghi di culto e quelle tombe i cui mausolei sono oggetto di attenzione, che siano dedicati agli Al al-bayt o ad altri, sono edifici dei sunniti, non degli sciiti – com’è il caso del mausoleo di Sayyida Zeynab nelle vicinanze di Damasco – e perciò difendere questo patrimonio religioso non spetta né agli iraniani né a Hezbollah. Non si è mai sentito che un Paese occupi un altro Paese perché una tomba che gli appartiene è oggetto di attenzioni. Così come non si è mai sentito che i musulmani sunniti nel mondo abbiano il diritto di andare a proteggere i musulmani in Siria e in Iraq le cui moschee sono distrutte a migliaia dall’artiglieria, dai bombardamenti aerei e dalle esplosioni. L’ultimo caso risale a pochi giorni fa quando a Diyala, in Iraq, una decina di moschee sono state distrutte da Daesh con il pretesto della vendetta in un attentato suicida nel mercato della città.

Ma torniamo a Daesh. Daesh ha una cattiva opinione degli sciiti e dei cristiani. Un’opinione ancor peggiore ce l’ha dei musulmani sunniti. Quasi non uccidono che loro. Daesh, così come al-Qaida, è uno scisma nella nostra religione o dalla nostra religione. È evidente che lo scisma vuole eliminare l’origine e sostituirsi ad essa. A quale pretesto religioso si appella Daesh, che uccide non centinaia ma migliaia di persone? Il pretesto è, come d’abitudine, la dottrina della fedeltà e della rottura (al-walâ’ wal-barâ’).

Alcune settimane fa ho assistito a una discussione tra due studiosi sulla questione. Entrambi erano contro Daesh, ma uno dei due riteneva necessario applicare la dottrina della fedeltà e della rottura poiché essa è contemplata in settanta versetti coranici. Questa dottrina è strettamente collegata alla controversia sull’abrogazione (naskh) tra i versetti della conciliazione e i versetti della spada. Personalmente ritengo, come centinaia di studiosi vissuti negli otto secoli che mi hanno preceduto, che le due questioni siano state risolte da questo versetto: “Dio non vi proibisce di essere buoni ed equi con chi non vi ha combattuto e non vi ha scacciato dalle vostre case, Dio ama gli equanimi” (60,8).   

Il nostro rapporto con il resto dell’umanità è fondato sulla benevolenza e la rettitudine, e noi abbiamo il diritto di difenderci solo se ci combattono a causa della nostra fede o della nostra terra. Analogamente ha posto fine a questa dottrina l’esperienza storica della umma confluita nelle interpretazioni relative alla guerra, alla pace e alla tregua che gli Stati che si sono succeduti hanno applicato. Nella dottrina della fedeltà e della rottura c’è un ampliamento notevole della nozione di fede. Chi declama che non vi è altro dio se non Iddio e che Muhammad è il suo Profeta entra nel Giardino [paradiso, ndt]. Non è miscredente chi dissente da Abu Bakr al-Baghdadi o da altri, né si può accusare qualcuno di miscredenza per questo.

Se accade che questi giovani creano una scissione e diffondono ovunque la morte e la distruzione mentre i fondamentalisti iraniani le diffondono nel mondo arabo, per quanto la loro propaganda sia falsa e assurda, non conviene prenderla alla leggera né tacere, perché il popolo sunnita e sciita non siano tratti in inganno. Non c’è potenza né forza se non in Dio.

domenica 31 gennaio 2016

Damasco: attentato contro gli sciiti

Lo Stato Islamico ha rivendicato l’attentato di Damasco costato la vita a oltre cinquanta persone. Il mausoleo-moschea  di Sayyida Zaynab presso la quale si è consumata la strage è uno dei più importanti luoghi di pellegrinaggio sciita della Siria. Zaynab infatti era la figlia terzogenita di ‘Ali ibn Abu Talib, quarto califfo ben guidato e primo imam sciita, e di sua moglie Fatima, figlia del profeta Muhammad. Zaynab era perciò la sorella di Hasan e Husayn, ucciso nel 680 durante la battaglia di Kerbela per mano degli Omayyadi. Nella tradizione sciita Zaynab incarna un modello di sfida contro l’oppressione e l’ingiustizia.
 
Moschea Sayyida Zaynab ©Chiara Pellegrino

Di seguito il testo della rivendicazione dell’attentato.


Rivendicazione dell'attentato

Due soldati degli eserciti del califfato sono riusciti a portare a termine due operazioni di martirio contro un gruppo di rafiditi [sciiti, ndt] miscredenti nella zona di Sayyida Zaynab a Damasco, mietendo circa cinquanta morti e centoventi feriti tra i rafiditi miscredenti. Sappiano i rafiditi che così come uccidono, saranno uccisi, e così come bombardano, saranno fatti esplodere. Non saranno risparmiati dai colpi dei mujahidin, se Dio vuole. “Dio porta sempre a compimento il Suo decreto, ma la gran parte della gente non lo sa” (12,21).
         

mercoledì 27 gennaio 2016

Esecuzioni capitali in Arabia Saudita: l’accusa di al-Qaida

A pochi giorni dall’esecuzione della pena di morte a cui l’Arabia Saudita ha condannato 47 persone a inizio gennaio, il leader di al-Qaida Ayman al-Zawahiri ha rilasciato un video di condanna dal titolo “Gli al-Saud assassini dei mujahidin”. Dei quarantasette decapitati, quattro erano sciiti – tra questi il leader Nimr al-Nimr, condannato per sedizione con l’accusa di aver fomentato le rivolte sciite del 2012 nella Provincia orientale del Paese – mentre gli altri erano militanti al-Qaida. 
Il video si apre con la recitazione dei primi versetti coranici della sura delle Torri (85,1-8) seguita da una breve clip di un discorso tenuto da Anwâr al-Hawlakî, ideologo di al-Qaida nella Penisola araba rimasto ucciso durante un raid americano nel 2011. Al-Hawlakî paragona il martirio a un albero i cui frutti crescono, maturano e sono raccolti. L’albero del martirio nella penisola arabica – afferma l’ideologo – ha maturato i suoi frutti, e Dio li ha colti prendendo con sé i martiri. Al discorso di al-Hawlakî segue il messaggio audio del leader di al-Qaida di cui si riporta la traduzione integrale. 



Ayman al-Zawahiri, leader di al-Qaida
Sia lode a Dio e la preghiera e la pace siano sull’Inviato di Dio, sulla sua famiglia e sui suoi compagni. 

O voi fratelli musulmani di ogni luogo, la pace, la misericordia e la benedizione di Dio siano su di voi.

I mezzi d’informazione hanno trasmesso la notizia dell’uccisione, a opera del governo saudita, di più di quaranta combattenti oltre a Nimr al-Nimr. Quest’ultimo è un uomo dell’Iran nella penisola arabica orientale. La sua uccisione è una manifestazione della rivalità tra l’Arabia Saudita e l’Iran per esercitare l’influenza nella regione, con il pretesto di proteggere gli interessi e l’accordo con l’America.

Quando i popoli arabi sono insorti contro l’iniquità, l’Arabia Saudita ha dato ospitalità a Zine El-Abidine Ben Ali e sostenuto al-Sisi, mentre l’Iran ha sostenuto il sanguinario, figlio del sanguinario, Bashar al-Assad. Quanto allo Yemen, i due si sono divisi nel complotto contro la rivoluzione popolare contro la corruzione: l’Iran ha sostenuto il destituito mentre l’Arabia Saudita ha sostenuto il Vice del destituito. 

Nel Levante hanno partecipato entrambi alla guerra contro i combattenti; l’Arabia Saudita attraverso l’alleanza con l’America, l’Iran attraverso l’alleanza con la Russia. Tutti vogliono eliminare i combattenti e impedire l’istituzione di qualsivoglia governo islamico jihadista nella Siria del jihad. 

L’Iran ha colmato il mondo di lamenti per il suo uomo. A non essere compianti sono stati i combattenti, i veri nemici dell’America, che hanno ubbidito all’ordine del loro profeta – la pace e la preghiera siano su di lui – “espellete gli infedeli dalla penisola araba”. Essi hanno promesso a Dio di mantener fede al giuramento del loro imam Osama bin Laden, che Dio abbia misericordia di lui: “Giuro su Dio onnipotente che ha innalzato i cieli senza pilastri, che l’America e i suoi abitanti non vedranno la pace finché noi non vivremo in pace in Palestina e tutti gli eserciti miscredenti non si saranno ritirati dalla terra di Muhammad, la pace e la preghiera siano su di lui”.  

Chiedo a Dio di ricompensare la umma musulmana, accettare il suo jihad e i suoi sacrifici per la causa della vittoria dell’Islam, e purificare la terra dei due luoghi sacri [Mecca e Medina] dagli infedeli e dai loro servitori traditori, apostati e corrotti.

Rivolgo le mie condoglianze alle famiglie [dei combattenti], ai loro parenti e ai loro fratelli, e chiedo al Signore del Trono sublime di concedere loro la pazienza e il compiacimento per il decreto divino, instillare nei loro cuori la pazienza e la fede, e dare loro ricompensa più grande. 

Concludo rivolgendo tre messaggi.

Il primo messaggio è rivolto ai combattenti. Io dico loro: la migliore vendetta per i vostri fratelli è danneggiare l’alleanza crociato-sionista. Seguite i suoi interessi laddove vi è possibile, ciò che più fa soffrire gli al-Saud è che i loro padroni siano colpiti ed essi debbano cercare un nuovo custode. 

Il secondo messaggio è rivolto alla nostra gente nella penisola araba, ai loro ‘ulamâ’, ai loro capi e alle loro fiere tribù. A costoro dico: per voi è venuto il momento di sbarazzarvi di questo sistema marcio che vi ha corrotto la religione e il mondo, e non vi difenderà né dal pericolo safavide né dal pericolo americano. Anzi, i suoi criminali si daranno alla fuga così come si sono dati alla fuga gli al-Sabah. 

Ricordo anche agli ‘ulamâ’ sinceri della penisola il loro ruolo nella promozione della virtù e nella prevenzione del vizio nei confronti di questo regime apostata, ostile ai musulmani e protettore dell’Occidente che li deruba delle loro ricchezze. […]

Che il sapiente martire – perché tale noi lo consideriamo – Fâris bin Ahmad al-Shuwîl al-Zahrânî, Dio abbia misericordia di lui, sia per loro un modello. I suoi sacrifici e il suo martirio rendono vive le sue parole di ribellione alla vittoria dei tiranni, alla violenza degli oppressori e ai grandi criminali. 

E ricordo loro il dovere di smascherare gli ‘ulamâ’ malvagi che inducono i grandi criminali a commettere i loro crimini contro i musulmani e i combattenti. Disse il Profeta – la preghiera e la pace siano su di lui: “Avete sentito che dopo di me verranno dei principi. Chi si accosta a costoro, crede alla loro menzogna e li sostiene nella loro iniquità, costui non ha a che fare con me ne io con lui, e non mi incontrerà alla Fonte (al-hawdh). Chi non si accosta a costoro, non crede alla loro menzogna e non li sostiene nella loro iniquità, costui ha a che fare con me e io con lui, e mi incontrerà alla Fonte”.    

Il terzo messaggio è rivolto alle [bandiere] nere del jihad nel Levante. A costoro dico: fratelli miei, eccola l’Arabia Saudita che uccide i combattenti e ha svelato un nuovo crimine commesso contro il jihad e i combattenti nell’interesse dell’America e di Israele. L’Arabia Saudita vi vuole come coloro che hanno combattuto i russi in Afghanistan ieri e oggi sono diventati agenti dell’America. Chi tra voi si compiace di questo?!

Sia lode a Dio, Signore dei mondi. 

La preghiera e la pace di Dio siano sul suo servo Muhammad, sulla sua famiglia e sui suoi compagni.

La pace, la misericordia e la benedizione di Dio siano su di voi.

sabato 23 gennaio 2016

Quei terroristi del deserto che si rifanno al medioevo del Maghreb

 Chi sono Aqmi e i Murabitun, all’origine dell’attacco in Burkina Faso

*Articolo scritto per Fondazione Oasis

Nonostante il Burkina Faso in passato fosse già stato teatro di attentati di piccole dimensioni e rapimenti di stranieri, azioni terroristiche come quelle che hanno insanguinato la capitale Ougadougou il 15 gennaio sono inedite. A poche ore dall’attentato, al-Qaida nel Maghreb islamico (Aqmi) ha rilasciato un primo comunicato, diffuso dal suo ente di comunicazione al-Andalus, in cui attribuiva l’operazione ai “cavalieri Murabitun”, suoi affiliati. I Murabitun hanno agito in Burkina Faso a nemmeno due mesi dall’attentato all’hotel Radisson di Bamako, in Mali.

Caffé Cappuccino, Ouagadougou


Gli anni del massacro in Algeria

La rivendicazione riaccende l’interesse sui rapporti che intercorrono tra Aqmi e la brigata Murabitun. Diversamente dalla galassia jihadista mediorientale in cui le alleanze tra gruppi sono più chiare, il caso del Sahara e del Sahel è complesso perché spesso i legami tra i gruppi sono instabili e volatili; le formazioni possono nascere e disgregarsi in pochi anni e poi dar vita a nuove organizzazioni, adattandosi alle necessità del momento e superando le differenze ideologiche. Le origini di Aqmi e dei Murabitun costituiscono un esempio di questa dinamica.

Aqmi si è costituita sulle ceneri del Gruppo Islamico Armato (Gia) algerino - negli anni 90 si era opposto alla leadership militare algerina che aveva impedito la vittoria elettorale degli islamisti - e del Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento (Gspc), creato nel 1998 da alcuni comandanti dal Gia fuoriusciti dall’organizzazione perché contrariati dall’eccessiva violenza perpetrata sui civili algerini. Benché all’inizio questo nuovo movimento avesse riscosso un certo successo di reclutamento, una campagna antiterrorismo del governo algerino nei primi anni del 2000 lo fece cadere in disgrazia. Fu allora che il Gspc dichiarò fedeltà ad al-Qaida, divenendo nel gennaio 2007 al-Qaida nel Maghreb islamico.

Nel corso del tempo al-Qaida nel Maghreb ha subito scissioni al suo interno: si sono formati altri gruppi e brigate, tra cui il Movimento per l’Unità e il Jihad in Africa Occidentale (Mujao) e la brigata al-Mulathamin (“i velati”), dalla cui unione nell’agosto 2013 è nata la brigata dei Murabitun, capeggiata dal famigerato Mokhtar Belmokhtar. I Murabitun hanno assunto il loro nome in ricordo dei guerrieri che nell’XI secolo diedero vita al sultanato berbero degli Almoravidi, in arabo appunto al-Murabitun. All’epoca i guerrieri vivevano nel ribât, il fortino al confine del Dar al-Islam, da dove conducevano il jihad in Africa e nella Spagna islamica. Il nome dell’organizzazione di Belmokhtar perciò vuol essere un segno di presunta continuità del jihad con l’antico impero almoravide.    

Mister Marlboro

Mokhtar Belmokhtar
Reduce del jihad che negli anni 80 aveva fatto convergere in Afghanistan migliaia di mujahidin per respingere l’invasione sovietica, e poi membro del Gia, l’algerino. Belmokhtar è considerato il signore indiscusso del jihad nel Sahara e nel Sahel. Terrorista e trafficante, finanzia le attività della sua brigata e di Aqmi con i traffici di sigarette – da qui gli deriva il soprannome “Mr. Marlboro” – armi, droga ed esseri umani, e con i soldi ottenuti dai riscatti pagati dai governi e dagli enti privati per la liberazione degli stranieri rapiti in loco. Nel 2012 il generale americano Carter Ham definiva Aqmi l’affiliato più ricco di al-Qaida.

Perché un attentato in Burkina Faso

Pochi giorni dopo l’attentato a Ougadougou, al-Qaida nel Maghreb ha diffuso un secondo comunicato, molto più esteso della prima dichiarazione. Nel documento, che si apre con un’immagine di tre giovani jihadisti autori dell’attentato, Aqmi si dilunga sulle ragioni dell’attacco, lancia un messaggio alla Francia e ai suoi alleati, e proclama la propria vicinanza ai mujahidin iracheni e palestinesi.

Obbiettivo degli attentatori – si legge – erano i “covi di crociati che depredano le nostre ricchezze, attentano al nostro onore e profanano le nostre cose sacre”. Il comunicato continua affermando che “Dopo lo studio, l’analisi, la raccolta di informazioni e la messa a punto degli obbiettivi, al-Qaida nei Paesi del Maghreb islamico ha colpito attraverso i suoi combattenti e i cavalieri migliori uno dei covi più pericolosi dello spionaggio mondiale in Africa occidentale – in particolare l’hotel Splendid e alcuni locali adiacenti nella capitale burkinabé Ougadougou, dalla quale è diretta la guerra all’Islam e in cui si sottoscrivono i contratti per depredare le risorse africane”.  

I “crociati” sono evidentemente i francesi, che dal 1896, anno in cui iniziarono la colonizzazione della regione, sono parte integrante della storia burkinabé. Anche in seguito all’indipendenza del Paese, concessa nel 1960, l’influenza francese non è mai cessata. Nell’ottobre 2014 quando il Presidente Blaise Campaoré è stato costretto alle dimissioni dalle proteste popolari dopo aver retto il Paese per ben 27 anni, i francesi hanno favorito il processo di transizione politica.

Quanto all’accusa di spionaggio, sarebbe un riferimento all’impegno dei francesi nella guerra al terrorismo in Africa occidentale. Dal gennaio 2013, per oltre un anno la Francia è stata impegnata nell’operazione Serval, che prevedeva il sostegno militare e logistico alle forze del governo del Mali per liberare il nord del Paese dall’occupazione dei ribelli jihadisti. A questa operazione, terminata il 15 luglio 2014, è seguita l’operazione Barkhane, che si prefiggeva di combattere i jihadisti del Sahel e riconfermava l’impegno militare francese in Africa occidentale. Il Burkina inoltre ospita sul suo territorio le forze speciali francesi che a novembre hanno liberato, assieme alle forze maliane, l’hotel Radisson a Bamako, attaccato dai jihadisti di Belmokhtar. 

Nel comunicato Aqmi accusa la Francia d’ingerenza e le attribuisce la responsabilità dello “spargimento di sangue dei suoi sudditi”. Riprendendo le parole di Osama bin Laden e Ayman al-Zawahiri, al-Qaida nel Maghreb lancia un monito alla Francia e ai suoi alleati avvisandoli di lasciare le terre islamiche se non vogliono che la sicurezza dei loro cittadini sia compromessa.

“Oggi la questione securitaria è una questione globale, non può essere considerata in modo parziale. O ci lasciate in pace nelle nostre terre o noi comprometteremo la vostra pace e quella dei vostri sudditi, così come voi compromettete la nostra. Al bene risponde il bene e colui che lo inizia è il più nobile, e al male risponde il male e colui che lo inizia è il più iniquo, come vi disse già il leone dell’Islam Osama bin Laden, e vi ha ripetuto il nostro emiro Ayman al-Zawahiri: ‘la sicurezza è un destino comune; se noi viviamo in sicurezza voi vivrete in sicurezza, se noi siamo in pace voi sarete in pace, ma se siamo colpiti e uccisi e Dio lo vuole, voi sarete colpiti e uccisi. Questa è la giusta reciprocità’”.

Sultanato almoravide, XII secolo
Nel comunicato compare inoltre un riferimento alla storia medievale del Maghreb. I combattenti jihadisti del Sahara e del Sahel si sono definiti “discendenti di Yusuf bin Tashfin”, primo sultano almoravide che regnò nel Maghreb al-Aqsa (l’attuale Marocco) dal 1089, e in al-Andalus (la Spagna musulmana) dal 1094. In quanto eredi della dinastia almoravide i combattenti sarebbero chiamati a vendicare il sovrano dell’undicesimo secolo: “I combattenti non dimenticano le offese ricevute e non si accontentano di una vita miserabile e meschina; sono risoluti a non riporre le loro spade finché la loro umma non tornerà a risplendere, e la croce e la miscredenza non saranno umiliate sotto i loro piedi”.

Questa “operazione benedetta” ricorda Aqmi, “non è altro che una goccia nel mare del jihad mondiale”. Il comunicato si conclude con un invito rivolto a tutti i mujahidin a “distruggere l’empietà sionista, crociata e sciita”, e un’esortazione rivolta specificamente ai sunniti del Levante e in particolare dell’Iraq “a schierarsi uniti di fronte ai complotti internazionali contro il jihad, e a mettere in pratica la parola del loro Signore: ‘Afferratevi tutti alla fune di Dio, non disperdetevi’ (Cor. 3,103)”.