martedì 8 marzo 2016

Perché la bandiera dello Stato Islamico è nera

* Articolo scritto per Fondazione Oasis

“Il segreto di una bandiera sta nel fatto che unisce un popolo e crea unità. La bandiera è un segno e una prova di unità della loro parola e dei loro cuori; è come se fossero un solo corpo, uniti da un legame più forte di quello di sangue. Sul campo di battaglia non rinunciano alla vittoria finché la loro bandiera sventola e rende più intensi il loro sforzo e la loro passione. Ma se la bandiera cade, si lasciano invadere dalla paura e dal terrore: alcuni fuggono, altri si disperdono”. 
Ahmad Cevdet Pasha, storico e ufficiale ottomano – XIX secolo.

Era il gennaio del 2007 quando al-Fajr, l’ente di comunicazione di al-Qaida, diffuse per la prima volta l’immagine della bandiera dell’allora Stato Islamico in Iraq. All’inizio il fatto non destò particolare sorpresa perché le bandiere nere sono da sempre legate alla storia islamica. Secondo gli storici musulmani, il Profeta e i suoi primi successori, i Califfi ben guidati, compirono le loro conquiste all’insegna della bandiera nera, mentre gli abbasidi fecero degli stendardi neri l’emblema della loro dinastia. Il colore nero, associato alle bandiere e spesso anche agli abiti, è quindi l’icona dell’ascesa della nuova religione, delle conquiste islamiche e della lotta per il potere califfale. È alla luce di questa storia che dev’essere interpretata la bandiera dello Stato Islamico. 
A illustrare questo connubio ci hanno pensato i webwriter arabi, che non hanno fatto mancare trattati sulle origini e le ragioni storiche delle insegne, argomentandone la legittimità a colpi di hadith e versetti coranici. Tra i tanti, ci limitiamo qui a considerarne due particolarmente esemplificativi: il testo redatto da un gruppo di militanti anonimi dello Stato Islamico, e la dichiarazione rilasciata all’inizio del 2015 da Hizb al-Tahrir, partito politico d’ispirazione islamista. 


Le bandiere nere del Profeta
Imitare il Profeta, in cui, secondo il Corano si trova “un esempio buono per chi spera in Dio e nell’ultimo giorno” (33,21), e i suoi compagni è il fulcro dell’ideologia salafita che, unita alla tendenza jihadista, ispira il modus operandi dello Stato Islamico. L’adozione della bandiera nera da parte dell’Isis rientra perciò in questo schema. 

Il Profeta e i suoi compagni, racconta la tradizione, usavano scendere in battaglia preceduti da una bandiera nera (râya) e un vessillo bianco (liwâ’) che recavano la scritta, in bianco e in nero rispettivamente: “Non vi è altro dio che Iddio e Maometto è il suo profeta”. Fin da subito la prima divenne il segno distintivo dei capi dei reparti dell’esercito. Maometto in persona, mentre guidava il suo esercito all’assedio di Khaybar nel 629, consegnò la bandiera nera ad ‘Ali: “Domani darò la bandiera a un uomo che ama Dio e il suo inviato e che è amato da Dio e dal suo inviato”. La diede ad ‘Ali. 
Il vessillo bianco divenne invece il segno distintivo del comandante dell’esercito, come proverebbero un paio di detti riportati dai tradizionisti Ibn Majah (“Il Profeta entrò a Mecca il giorno della conquista brandendo il vessillo bianco”) e al-Nasa’i (“Quando il Profeta nominò Usama bin Zayd a capo dell’esercito per conquistare i romani, annodò il suo vessillo con le sue stesse mani”). 
Le bandiere erano pertanto un segno del sostegno divino e scendere in battaglia senza di esse non era di buon auspicio. Nel suo commento agli hadith di al-Bukhari, al-‘Asqalani (m. 1448) spiegava che “è raccomandabile portare le bandiere in guerra. È bene che la bandiera sia con il comandante o con chi è investito di questo compito durante la guerra”. Il nome stesso con cui era nota la bandiera del Profeta, l’Aquila, suggeriva sempre secondo al-‘Asqalani un senso di grandezza e forza.

Fin dalle loro origini le bandiere nere conobbero una rapida diffusione per mano dei soldati, che le esibivano di ritorno dalla guerra in segno di vittoria, come narra tra gli altri un detto riportato da al-Bukhari: “Entrando nella moschea vidi il Profeta che predicava dal pulpito (minbar) e un uomo con una spada a tracolla. Ecco sventolare le bandiere nere! Domandai: ‘Che cosa sono queste bandiere?’ Dissero: ‘‘Amr bin al-‘As e il suo esercito sono tornati dalle spedizioni’”. 
Ma oltre a quelle nere, sul campo di battaglia – racconta la tradizione – comparivano spesso anche bandiere colorate, che fungevano da segno distintivo della singola tribù, come ricordano al-Tabarani (m. 971) (“Il Profeta annodò le bandiere degli Ansar e le fece gialle”), e Ibn Abu ‘Asim (m. 900) (“Il Profeta annodò la bandiera rossa dei Banu Sulayman”). 

L’apocalisse delle bandiere nere
Nella storia islamica l’idea della bandiera nera è inoltre legata a un certo numero di tradizioni messianiche secondo le quali il Profeta avrebbe preannunciato la sofferenza che avrebbe colpito la sua famiglia dopo la sua morte. Dall’Oriente però sarebbero giunte bandiere nere che avrebbero guidato i suoi discendenti alla vittoria finale contro il governo empio consentendo loro di restaurare la giustizia. 

La gente della mia casa che verrà dopo di me cadrà in disgrazia, sarà esiliata e allontanata finché dall’Oriente verrà un popolo con le bandiere nere. Essi chiederanno il bene e non gli sarà dato, allora combatteranno e vinceranno e sarà dato loro ciò che avevano chiesto ma essi non lo accetteranno. Essi consegneranno le bandiere nere a un uomo della mia casa – recita un hadith di Ibn Majah. 

Questa e altre tradizioni simili conobbero una certa diffusione negli ultimi anni del califfato omayyade (661-750), quando erano sfruttate dai loro rivali abbasidi nel tentativo di aizzare le folle contro la dinastia. A questa propaganda i califfi in carica reagirono con il pugno di ferro: chi avesse diffuso tali tradizioni sarebbe stato perseguitato. Ma a nulla valsero le minacce e per molti anni quelle tradizioni circolarono in tutto il Califfato, nonostante la loro autenticità fosse messa in discussione già dagli storici dell’epoca. 

Il colore della vendetta

Con l’avvento al potere degli abbasidi, che governarono l’impero dal 750 al 1258, le bandiere nere diventarono l’emblema del Califfato, e gli abiti neri simbolo della loro elezione. 
Le ragioni di questa precisa scelta cromatica non sono del tutto chiare e hanno dato adito a diverse ipotesi. Secondo alcuni esperti, gli abbasidi avrebbero scelto il nero in contrasto con il bianco della bandiera omayyade, una teoria che però molti ritengono infondata per mancanza di prove dirimenti. Per altri il nero sarebbe stato un segno di lutto per la scomparsa di Yahya bin Zayd, discendente di ‘Ali morto nel Khorasan nel 125/743. Ma anche questa teoria sarebbe fragile perché – spiegano gli storici – all’epoca il colore nero non era necessariamente un segno di lutto. Gli abiti neri potrebbero piuttosto essere un segno di vendetta, ciò che del resto erano già in epoca preislamica. Una tradizione vuole che il celebre poeta preislamico Imru’ al-Qays accogliesse una delegazione della tribù dei Banu Asad, che aveva ucciso suo padre Hujr, indossando abiti e turbante nero in segno di vendetta. Quest’abitudine si sarebbe consolidata in seguito alla battaglia di Uhud (625), che segnò la sconfitta dei musulmani per mano dei pagani meccani. Da quel momento i partigiani di Maometto avrebbero indossato abiti neri. 

Sotto il governo abbaside la tradizione degli abiti neri si sarebbe affermata con il secondo califfo della dinastia, al-Mansur, il quale decretò l’obbligo per tutti gli abitanti di Kufa di indossare vestiti rigorosamente neri. Una regola difficile da far rispettare nel Califfato: in Egitto occorsero vent’anni perché gli imam adottassero l’abitudine di vestire in nero durante la preghiera. Da questa tradizione ha origine l’epiteto con il quale i califfi abbasidi sarebbero stati ricordati nella storia: i musawwida – quelli che vestono di nero

Propaganda e contro-propaganda
Dagli abiti e dalle bandiere nere i califfi abbasidi traevano legittimità e autorevolezza. Essi si adoperarono così a creare una propaganda ad hoc per sancire il legame tra il colore nero, il Profeta e la loro dinastia. In ricordo delle battaglie epiche il nero non poteva che essere un segno di benedizione della famiglia del Profeta. 

In più occasioni però questa propaganda assunse connotazioni violente. Ciò accadde nel momento in cui gli abbasidi rivendicarono di essere gli unici veri eredi di Maometto e della bandiera nera, a scapito dei loro rivali alidi (discendenti anch’essi da Maometto, ma attraverso ‘Ali). La storia narra che il Califfo Harun al-Rashid addirittura esiliò il tradizionista Abu Bakr bin Ayyash, reo di aver diffuso una tradizione secondo la quale Maometto avrebbe donato la bandiera nera ad Amr bin al-‘As, comandante che guidò la conquista militare in Egitto nel 640. Per contro gli abbasidi favorirono la diffusione di un hadith secondo il quale l’Angelo Gabriele avrebbe predetto il governo dei discendenti di al-Abbas, lo zio del Profeta, il cui abbigliamento sarebbe stato nero. 

Le bandiere e gli abiti neri erano ormai diventati parte integrante e irrinunciabile della propaganda e contro-propaganda nella lotta per il potere terreno, ed erano destinate a comparire anche nelle tradizioni che narrano della vita dopo la morte. Muslim, noto tradizionista e autore di una delle raccolte canoniche di hadith, riporta che “il giorno della resurrezione ogni traditore avrà una bandiera” e il poeta preislamico Imru’ al-Qays porterà lo stendardo dei poeti nel Fuoco.

La bandiera dell’ignoranza e la fine dei tempi
Nei secoli, le narrazioni apocalittiche non hanno mai abbandonato la letteratura islamica e quando le bandiere nere sono ricomparse in Siria e in Iraq nel 2007 hanno risvegliato millequattrocento anni di tradizioni mai morte. Ai significati classici sono andati aggiungendosene altri, frutto di interpretazioni delle vicende che hanno segnato la storia contemporanea del Medio Oriente. 
Per esempio dal detto di Muslim “Chi combatte sotto l’egida di una bandiera d’ignoranza (jâhiliyya), insorge in difesa della solidarietà tribale, esorta la solidarietà tribale o fa trionfare la solidarietà tribale, e viene ucciso, muore una morte pagana”, i contemporanei avrebbero tratto un monito contro gli Stati nazionali. 

Secondo questa tradizione, il musulmano si troverebbe a dover scegliere se combattere sotto l’egida della bandiera dell’Islam o della bandiera dell’ignoranza – cioè della bandiera del proprio Paese. La bandiera nera quindi preserverebbe i musulmani dalla possibile morte in stato di jâhiliyya, paganesimo, mentre chi perde la vita combattendo a favore di un popolo, una fazione, un tiranno o un sovrano che non sia Dio, muore una morte pagana. A questo proposito, nel suo documento Hizb al-Tahrir critica la formazione degli Stati nazionali e le fatwe che giustificano 

l’adozione della bandiera dell’ignoranza di Sykes-Picot, creata dai francesi e dagli inglesi per consacrare l’idea di nazionalismo (wataniyya). Questi hanno creato per ogni Paese islamico una bandiera che lo rappresenta. Tali bandiere sono diventate simbolo di divisione e frammentazione e hanno sostituito l’Aquila, la bandiera del Profeta. Quei coloni infedeli, nemici dell’Islam, hanno chiesto ai loro agenti, i governanti musulmani, di farsi protettori delle bandiere della divisione perché sanno che essere fedeli a queste bandiere significa essere fedeli agli infedeli colonizzatori. 


Bandiera di Hezbollah
Oltre alle accuse rivolte agli Stati nazione e ai loro governanti musulmani, ad alimentare lo spirito apocalittico dello Stato Islamico contribuiscono le narrazioni, molto diffuse sul web, dello scontro nel Levante tra le bandiere nere di Isis e le bandiere gialle del “partito di Satana”, Hezbollah. Alla luce di questa narrativa, gli scontri in corso in Siria tra milizie sciite, qaediste e dello Stato Islamico, gruppi di ribelli e alleati del Presidente Bashar al-Asad sarebbero segni che annunciano la prossimità dell’Ora e preluderebbero alla comparsa e alla battaglia finale tra il Messia e l’Anticristo. 

La loro identità ha suscitato un grande dibattito e vivaci discussioni tra i webwriter. Per i propagandisti dello Stato Islamico il Mahdi non può che essere un uomo uscito dalle fila delle bandiere nere, mentre all’Anticristo possono essere attribuite identità diverse, ma l’idea più diffusa resta quella che lo vede incarnato nelle milizie sciite di Hezbollah. 

Queste narrative non fanno però i conti con la storia: esse dimenticano infatti che le bandiere nere erano tradizionalmente associate agli sciiti e a coloro che vedevano nella famiglia del Profeta i legittimi eredi del Califfato; e che a ispirare le profezie delle bandiere gialle furono i berberi del nord Africa che a metà dell’ottavo secolo si ribellarono prima ai governatori omayyadi e poi a quelli abbasidi, sostenuti dalla setta dei kharijiti (i fuoriusciti) i cui fondatori uccisero il primo imam sciita ‘Ali. Per molti anni gli omayyadi e poi gli abbasidi temettero le bandiere gialle dei berberi, che minacciavano di invadere il Levante. 
Nasce anche attraverso questi riferimenti simbolici quella che William McCants, esperto di narrativa dello Stato Islamico, definisce un’“apocalisse settaria” in cui tutti, sunniti e sciiti, rivendicano un ruolo da protagonisti nello scontro finale tra bene e male. 

Bibliografia essenziale

William McCants, The Isis Apocalypse. The History, Strategy, and Doomsday Vision of the Islamic State, St. Martin’s Press, New York 2015
Jean-Pierre Filiu, L’apocalisse nell’Islam, Obba Oedizioni, Milano 2011
Mashrû‘at al-râya fî al-Islâm disponibile su JustPaste.it (consultato il 19 febbraio 2016)
Bayân Hizb al-Tahrîr, disponibile su http://www.hizb-ut-tahrir.org/index.php/AR/wshow/2747/, (consultato il 19 febbraio 2016).
Halil ‘Athamina, The Black Banners and the Socio-Political Significance of Flags and Slogans in Medieval Islam, «Arabica» 36 (1989), pp. 307-326.
Moshe Sharon, Black Banners from the East: The Establishment of the Abbasid State: Incubation of a Revolt, ACLS Humanities E-Book, New York 2013.

martedì 23 febbraio 2016

È guerra tra jihadisti: al-Qaeda vs Isis

Un lungo comunicato del leader di al-Qaeda, Ayman al-Zawahiri, esorta i qaedisti che stanno combattendo il loro jihad in Iraq e in Siria a diffidare della miscredente Arabia Saudita, colpevole di aver instaurato relazioni diplomatiche con l’Occidente a scapito del Regno, aver tradito Osama bin Laden consegnandolo agli americani, dato rifugio ai premier arabi destituiti a seguito delle “primavere arabe”, ed essersi schierata contro il terrorismo jihadista.
Ma l’Arabia Saudita non è l’unico bersaglio del leader di al-Qaeda; la lettera diventa infatti un’occasione per colpire i “fanatici takfiristi” dello Stato Islamico, che strumentalizzano il takfîr per mettere in cattiva luce i “rivali” qaedisti.     


Qui sotto la traduzione parziale del documento.

Clicca qui per consultare il testo originale in arabo.

Il Levante è affidato ai vostri colli

[...] Fratelli miei, musulmani e combattenti, tutti hanno seguito la recente conferenza di Riyadh e la successiva dichiarazione dell’Arabia Saudita sulla formazione di un’alleanza per combattere ciò che essa, nell’interesse dell’America, definisce terrorismo. Questi sono solo due anelli nella catena dei tentativi dell’Arabia Saudita e dei suoi simili malvagi di deviare dalla retta via la traiettoria del jihad in generale, e nel Levante in particolare, affondarlo nella palude dello Stato nazionale e trasformarlo in un fallimento, esattamente come hanno fatto con quella che hanno definito “primavera araba”. 

Perciò supplico i miei fratelli che combattono nel Levante di stare in guardia da questo governo malvagio e non dimenticare la sua storia oscura a servizio dei nemici dell’Islam.
Fu ‘Abdul Aziz al-Saud a stipulare, nel 1915, il trattato [di Darin, ndt] con la Gran Bretagna, che nella prima Guerra mondiale scese in campo contro lo Stato ottomano. La Gran Bretagna avrebbe protetto Ibn Saud, che in cambio si impegnava a non stipulare accordi con nessun altro governo straniero. Il trattato mirava a colpire lo Stato ottomano.

Quando nel 1936 scoppiò la grande rivolta in Palestina, ‘Abd al-‘Azîz al-Sa‘ûd inviò i suoi due figli a guidare gli insorti e, insieme a re Ghazi e il principe ‘Abdallah, rilasciò la seguente celebre dichiarazione: “Abbiamo già sofferto molto per la situazione in Palestina e, in accordo con i nostri fratelli, i re degli arabi e il principe ‘Abdallah, vi esortiamo a restare in pace e risparmiare le vite, fidandovi delle buone intenzioni del governo britannico, nostro amico, del suo desiderio dichiarato di realizzare la giustizia, e del nostro aiuto”. Così i Palestinesi si sottomisero e la rivoluzione si spense.

Il Presidente Roosevelt e il Re Abdul 'Aziz al-Saud
Con la fine della seconda Guerra mondiale, nel 1945 ‘Abd al-‘Azîz al-Sa‘ûd incontrò Roosevelt per spostare la fedeltà dalla Gran Bretagna all’America, alla quale concesse la ricchezza della penisola araba e il diritto di sfruttarne le terre e i cieli. In cambio l’America si faceva garante della permanenza al potere dei figli di ‘Abd al-‘Aziz nella penisola araba.

I tradimenti si susseguirono. Quando il jihad afghano era prossimo alla vittoria contro i russi, l’Arabia Saudita intervenne insieme al Pakistan per formare il governo dei mujahidin, presieduto da Mujaddidi oggi agente dell’America a Kabul [m. 9 febbraio 2016, ndt].

Poi il governo saudita orchestrò l’uccisione dello shaykh Osama in Pakistan, il quale però riuscì a fuggire in Sudan. A quel punto l’Arabia Saudita fece pressioni al Sudan perché allontanasse lo shaykh Osama e i suoi fratelli. Allora Osama andò ospite da Yunis Khâlis a Jalalabad, e l’Arabia Saudita chiese a quest’ultimo di allontanarlo. Le stesse richieste – di allontanare Osama e i suoi fratelli o consegnarli all’America – l’Arabia le presentò anche all’emirato islamico finché l’ordine dell’audace Turki al-Faysal giunse a Qandahar al mullah Muhammad ‘Umar, a cui fu chiesto di consegnare Osama bin Laden – Dio ha avuto misericordia di lui – e i suoi fratelli. Il mullah allora lo allontanò rivolgendogli parole dolorose.

Quando in Sudan scoppiò la guerra civile, l’Arabia Saudita fornì armi a John Garang e lo stesso fece con i comunisti nello Yemen meridionale.

Re Fahd e successivamente ‘Abdullah si fecero promotori delle loro imprese malvage e riconobbero a Israele il diritto di occupare le terre prese prima del ’67.

Dall’Arabia Saudita partivano gli aerei crociati che colpivano l’Iraq e l’Afghanistan, e che oggi colpiscono il Levante e l’Iraq.

Quando scoppiarono le rivoluzioni dei popoli arabi, l’Arabia Saudita accolse Zayn al-Abidin bin ‘Ali, incaricò ‘Abd Rabbih Mansur Hadi, vice del [presidente] destituito, di prendere il posto di quest’ultimo, e sostenne al-Sisi nel rovesciamento dei Fratelli. Oggi l’Arabia Saudita continua a esercitare questo ruolo malvagio contro il jihad e i mujahidin.

Oggi l’Arabia Saudita vuole a suscitare la sedizione (fitna) fra i mujahidin del Levante e giocare lo stesso ruolo malvagio in Afghanistan, nella speranza che le file jihadiste si disintegrino e figure come quelle di Mujaddidi, ‘Abd Rabbih Mansur Hadi, al-Sisi e Beji Caid Essebsi assumano il potere nel Levante, agendo in difesa degli interessi dell’America e della sicurezza di Israele.

O voi mujahidin del Levante, le esperienze e la storia vi insegnano che l’Arabia Saudita non punterà ad altro che a distruggere il Levante, salvaguardare la sicurezza di Israele e abortire qualsiasi tentativo di costituire un potere islamico nel Levante. State in guardia dall’Arabia Saudita, dai suoi complotti e dalle sue conferenze. […]

L’Arabia Saudita non vi darà libertà, né dignità né onore perché non può darvi ciò che non ha. Oggi l’Arabia Saudita e i suoi simili sono strumenti dell’Occidente crociato per l’istituzione nel nostro mondo arabo-islamico dello Stato laico nazionale (dawla ‘almâniyya wataniyya), assoggettato alla legge internazionale. Perciò ciascun mujahid deve stare in guardia da espressioni quali “Stato civile e plurale” con le quali i laici intendono dei significati ben precisi, che portano al rifiuto della religione, al dominio delle passioni umane e alla sottomissione al piacere e al profitto, riferimento del mondo contemporaneo.

Fratelli miei che combattete nel Levante e in ogni luogo, il nobile Corano ha definito l’obbiettivo del jihad in questi termini: “Combatteteli finché non ci sarà più discordia e il culto sia interamente reso a Dio” (8,39), mentre il Profeta, la preghiera e la pace siano su di lui, disse: “Chi combatte ed esclama a gran voce la parola Allah, costui è sulla via di Dio”. Il nostro jihad e il nostro sforzo devono essere volti a costituire lo Stato musulmano in cui viga la sharia, che non riconosca i confini nazionali né le distinzioni etniche, e che creda nell’unità delle terre islamiche e nella fratellanza dei credenti.

Militanti di Jabhat al-Nusra, movimento affiliato ad al-Qaida, in Siria
Perciò coloro che emigrano nel Levante o verso qualsiasi altro fronte jihadista non possono essere definiti stranieri poiché essi sono fratelli nella fede e nella dottrina e sacrificano la loro vita per far trionfare la religione di Dio. Perciò volerli espellere dal Levante o da qualsiasi altra terra islamica contraddice evidentemente le prescrizioni dell’Islam. Il Profeta, la preghiera e la pace siano su di lui, definì il Levante “il cuore della terra dei credenti”.

Fratello mio, che combatti nel Levante e nelle altre terre islamiche, diffida, diffida e diffida dal sacrificare te stesso e il tuo denaro, diffida dall’emigrare, dall’abbandonare la tua patria e la tua famiglia, e dal trascorrere la tua vita in prigione; i laici coglieranno i frutti di questi grandi sacrifici come conseguenza delle contrattazioni dei politici e della loro rinuncia alle costanti della dottrina e della sharia. La stessa tragedia che viviamo da oltre un secolo si sta ripetendo, ed è come se non avessimo dedotto nulla da quei drammi e dalla misera fine di quella che è stata definita la primavera araba.

O voi leoni dell’Islam nel Levante, di tutte le fazioni di combattenti e di ogni terra islamica, il Levante è affidato al vostro collo, svuotatelo degli alawiti, dei laici, dei rafiditi safavidi, difendetelo dagli attacchi dei crociati e non lasciatelo ai fanatici takifiristi. Questi ultimi hanno accusato di miscredenza la direzione di al-Qaeda, affermato, mentendo, che nessuno tra coloro che professa l’unicità di Dio (muwahhidûn) ha affrontato gli houthi, lanciato ingiurie contro i soldati dell’emirato islamico definendoli agenti dell’Inter-Services Intelligence, e accusato di miscredenza buona parte dei mujahidin nel Levante.

Essi sono coloro che rifiutano l’autorità della sharia quando la maggior parte dei mujahidin del Levante la accoglie e, oltre a rifiutarla, hanno preso ad attaccare la dottrina dei mujahidin che hanno dato le loro vite per difenderne la sovranità.

Questi hanno proclamato un califfato per mezzo di una dichiarazione di fedeltà (bay‘a) di alcuni sconosciuti, avvenuta in un luogo e in un momento sconosciuti, a un uomo che non la merita e che, di fatto, ha ricevuto una dichiarazione di fedeltà per un emirato islamico. La notizia è stata diffusa da chi non godeva della credibilità necessaria per diffonderla, tanto sono numerose le menzogne e le diffamazioni di cui è artefice. […]

Talebani in Afghanistan
Essi affermano di seguire le orme dei loro pii antenati malgrado il conflitto con lo shaykh Osama bin Laden, Dio ha avuto misericordia di Lui – il quale dichiarava che la bay‘a al principe dei credenti, il mullah Muhammad Omar, è la bay‘a suprema e invitava i musulmani a dichiarargli fedeltà –, e malgrado il conflitto con lo shaykh Abu Hamza al-Muhajir, Dio ha avuto misericordia di lui, il quale riteneva che chi si chiama fuori dal patto di fedeltà dopo che il principe dei credenti, il mullah Muhammad Omar, l’ha riconosciuto, compie un crimine ben più grave della fornicazione e del consumo di vino. […]

domenica 14 febbraio 2016

Sui media arabi continua la guerra tra filo-sauditi e filo-iraniani

[Voci dal mondo arabo]

Chi mette Isis e Iran sullo stesso piano e chi invece imputa la crisi attuale all’Arabia Saudita e alla diffusione del wahabismo. Tre articoli da tre diversi giornali arabi mostrano quanto è accesso lo 
scontro che sta dividendo (e distruggendo) il Medio Oriente.


La lettura del testo e la riforma religiosa

Di Ridwan al-Sayyid, al-Ittihâd, 17 gennaio 2016

Sebbene non abbiano le azioni di Daesh e degli iraniani non  abbiano alcuna relazione con la religione, nemmeno per chi le commette in nome di quest’ultima,  esse ci pongono ogni giorno di fronte a problematicità con cui dobbiamo fare i conti.
Quando, cinque mesi fa, gli ufficiali iraniani hanno iniziato a cadere ad Aleppo e nel nord della Siria, gli sciiti, e tra loro Khamenei, nei loro discorsi commemorativi affermavano come questi fossero morti solo per proteggere i luoghi di pellegrinaggio degli Al al-Bayt e combattere quanti lanciavano anatemi. Quando poi il fronte di Riyadh si è mosso contro Teheran, Ja‘afari, capo della Guardia della rivoluzione, ha dichiarato che la Guardia aveva addestrato duecentomila combattenti dispiegandoli in cinque Paesi arabi per diffondere i valori della rivoluzione islamica e difendere gli interessi della Repubblica!
Dopo tutto ciò c’è ancora bisogno di spiegare i due pretesti dell’ingerenza iraniana, vale a dire difendere i luoghi di pellegrinaggio e combattere chi accusa gli sciiti di miscredenza? Noi siamo tenuti a considerare queste cose seriamente non perché vi siano dei dubbi sulle due questioni, ma perché dobbiamo parlare ai cittadini arabi – musulmani, cristiani e non solo. Molti di loro credono a ciò che dicono gli iraniani, non perché abbiano una buona opinione dell’Iran, ma per la cattiva opinione che al-Qaida e Daesh hanno diffuso degli arabi e dell’Islam. Daesh ha attaccato alcuni luoghi di pellegrinaggio, la maggior parte dei quali sono dedicati a personalità sufi e storiche sunnite. I santuari e le tombe che offrono loro sepoltura, che siano dedicati agli Al al-bayt o ad altri, sono edifici dei sunniti, non degli sciiti – com’è il caso del mausoleo di Sayyida Zeynab nelle vicinanze di Damasco – e perciò difendere questo patrimonio religioso non spetta né agli iraniani né a Hezbollah. Non si è mai sentito che un Paese occupi un altro Paese perché una tomba
che gli appartiene è oggetto di attacchi. Così come non si è mai sentito che i musulmani sunniti nel mondo abbiano il diritto di andare a proteggere i musulmani in Siria e in Iraq le cui moschee sono distrutte a migliaia dall’artiglieria, dai bombardamenti aerei e dalle esplosioni […]. 

[Per leggere tutto l’articolo clicca qui]


Daesh e il daeshismo del regime saudita

Di Sâmir al-Marâhî, al-Akhbâr, 9 febbraio 2016

Chi legge in maniera scientifica e oggettiva la situazione in cui versano le nostre società e molti Paesi arabi e islamici per la diffusione del takfîr (anatema) criminale e la violenza daeshita [Daesh è l’acronimo arabo per Isis. Daeshita si riferisce all’ideologia di Daesh, ndt], percepirà come il fattore intellettuale e ideologico sia la causa principale di ciò che affligge le nostre società e i nostri Paesi. Questo fattore può essere sintetizzato nel salafismo wahabita e nella sua cultura. È evidente che il salafismo wahabita non si sarebbe diffuso in molti Paesi arabi e occidentali se il regime saudita non lo avesse fatto proprio e non gli avesse garantito il sostegno materiale, mediatico e politico. Il salafismo è riuscito ad attrarre molti seguaci fino a diventare un movimento mondiale il cui riferimento è il wahabismo saudita. La natura delle dottrine adottate dal salafismo wahabita non è un segreto. Esso include la peggior specie di sciovinismo religioso, l’accusa di miscredenza e l’annientamento dell’altro; il salafismo invita chiaramente a praticare la violenza, è incline alla persecuzione e alla repressione, lede i diritti dell’uomo, della donna, delle minoranze religiose e confessionali, e a distrugge la libertà in tutte le sue forme ed espressioni. È altrettanto noto che il regime saudita sostiene il salafismo wahabita e contribuisce a diffondere la da‘wa [predicazione] e  divulgare le sue dottrine, incitando al terrorismo, invitando a lanciare accuse di miscredenza, incitando a praticare la violenza, diffondendo la cultura dell’odio, fomentando la divisione e il razzismo, e incoraggiando l’uccisione e il crimine […]


La Russia offre sostegno sia a Isis sia a Bashar al-Asad

Di Ahmad Rahma, Al-Jazeera, 12 febbraio 2016




Gli arabi devono ricorrere al soft power nella lotta contro l’Iran

Di Karîm ‘Abdiyân Sa‘îd, Al-Sharq al-Awsat, 11 febbraio 2016

Non è più un segreto che il regime teocratico oggi in carica in Iran sia un’estensione del movimento anti-arabo della shu‘ûbiyya [movimento che già durante l’espansione islamica contestava la preminenza degli arabi], e che si ammanti dello sciismo per servire i propri interessi e conseguire i propri obiettivi di espansione nella regione araba. Al fine di raggiungere questi obiettivi il regime ricorre a tutti i mezzi disponibili – umani, materiali e mediatici in particolare, per uscire vittorioso dalla lotta manifesta con gli arabi.
Rispetto all’ascesa della minaccia iraniana, noi riteniamo che i Paesi arabi in generale e il Consiglio di Cooperazione del Golfo in particolare debbano bloccare questa espansione e affrontarla direttamente, senza rimandare, e lavorare alla creazione di un equilibrio strategico con questo Stato apostata, che si intromette negli affari dei suoi vicini e destabilizza la loro sicurezza e stabilità.
Vale la pena ricordare che, da ben tre decenni, gli attivisti arabi ahwazi [da Ahwaz, capitale della provincia iraniana del Khuzestan, ndt] mettono in guardia dal pericolo di incursioni del regime iraniano nella regione, in virtù della conoscenza che ne hanno avuto e di cui sono stati vittime.
All’epoca però il conflitto presentava una natura diversa rispetto a quella di oggi, perciò i loro avvertimenti non furono presi sul serio. Oggi però la lotta tra gli arabi e l’Iran è diventata una lotta esistenziale, che esige un approccio globale che preveda l’uso della forza per scongiurare questo pericolo imminente. Ma di quale forza
stiamo parlando? Io vedo due tipi di forze, l’“hard power” […] e il “soft power”. Io ritengo che il secondo sia più efficace […]. 

martedì 9 febbraio 2016

Siria: nella morsa dell’Iran e dello Stato Islamico

[Voci dal mondo arabo]

Secondo l’intellettuale libanese Ridwan al-Sayyid l’ingerenza iraniana in Siria è inopportuna e inammissibile. I pretesti  avanzati dall’Iran – la difesa dei luoghi di culto sciiti presenti a Damasco e la lotta contro chi accusa di miscredenza gli sciiti – a giustificazione del suo intervento non sono credibili perché, spiega al-Sayyid, nessuno Stato può arrogarsi il diritto di occupare un altro Stato col pretesto di difendere un luogo di culto che gli appartiene.
Nel frattempo lo Stato Islamico continua a mietere migliaia di vittime, non solo tra i cristiani e gli sciiti ma anche tra i sunniti, mosso nelle sue azioni dalla dottrina della fedeltà e della rottura (al-walâ’ wal-barâ’).  

Qui sotto la traduzione dell’articolo dell’autore.


Sebbene non abbiano alcuna relazione con la religione, anche agli occhi di chi le commette ponendole sotto la sua egida, le azioni di Daesh e degli iraniani ci pongono ogni giorno di fronte ad ambiguità con cui dobbiamo confrontarci.
Quando, cinque mesi fa, gli ufficiali iraniani hanno iniziato a cadere ad Aleppo e nel nord della Siria, gli sciiti, e tra loro Khamenei, nei loro discorsi commemorativi affermavano come questi fossero morti solo per proteggere i luoghi di pellegrinaggio degli Al al-Bayt e combattere quanti lanciavano anatemi. Quando poi il fronte di Riyadh si è mosso contro Teheran, Ja‘afari, capo della Guardia della rivoluzione, dichiarò che la Guardia aveva addestrato duecentomila combattenti dispiegandoli in cinque Paesi arabi per diffondere i valori della rivoluzione islamica e difendere gli interessi della Repubblica!

Nasrallah, l'ayatollah Khamenei e la moschea di Sayyida Zeynab a Damasco
Dopo tutto ciò c’è bisogno di spiegare i due pretesti dell’ingerenza iraniana, vale a dire difendere i luoghi di pellegrinaggio e combattere chi accusa gli sciiti di miscredenza? Noi siamo tenuti a considerare queste faccende seriamente non perché vi siano dei dubbi sulle due questioni, ma perché dobbiamo parlare ai cittadini arabi – musulmani, cristiani e non solo. Molti di loro credono a ciò che dicono gli iraniani, non perché abbiano una buona opinione dell’Iran, ma per la cattiva opinione che al-Qaida e Daesh hanno diffuso degli arabi e dell’Islam. Daesh ha rivolto la sua attenzione ad alcuni luoghi di pellegrinaggio, la maggior parte dei quali sono dedicati a personalità sufi e storiche sunnite. Quei luoghi di culto e quelle tombe i cui mausolei sono oggetto di attenzione, che siano dedicati agli Al al-bayt o ad altri, sono edifici dei sunniti, non degli sciiti – com’è il caso del mausoleo di Sayyida Zeynab nelle vicinanze di Damasco – e perciò difendere questo patrimonio religioso non spetta né agli iraniani né a Hezbollah. Non si è mai sentito che un Paese occupi un altro Paese perché una tomba che gli appartiene è oggetto di attenzioni. Così come non si è mai sentito che i musulmani sunniti nel mondo abbiano il diritto di andare a proteggere i musulmani in Siria e in Iraq le cui moschee sono distrutte a migliaia dall’artiglieria, dai bombardamenti aerei e dalle esplosioni. L’ultimo caso risale a pochi giorni fa quando a Diyala, in Iraq, una decina di moschee sono state distrutte da Daesh con il pretesto della vendetta in un attentato suicida nel mercato della città.

Ma torniamo a Daesh. Daesh ha una cattiva opinione degli sciiti e dei cristiani. Un’opinione ancor peggiore ce l’ha dei musulmani sunniti. Quasi non uccidono che loro. Daesh, così come al-Qaida, è uno scisma nella nostra religione o dalla nostra religione. È evidente che lo scisma vuole eliminare l’origine e sostituirsi ad essa. A quale pretesto religioso si appella Daesh, che uccide non centinaia ma migliaia di persone? Il pretesto è, come d’abitudine, la dottrina della fedeltà e della rottura (al-walâ’ wal-barâ’).

Alcune settimane fa ho assistito a una discussione tra due studiosi sulla questione. Entrambi erano contro Daesh, ma uno dei due riteneva necessario applicare la dottrina della fedeltà e della rottura poiché essa è contemplata in settanta versetti coranici. Questa dottrina è strettamente collegata alla controversia sull’abrogazione (naskh) tra i versetti della conciliazione e i versetti della spada. Personalmente ritengo, come centinaia di studiosi vissuti negli otto secoli che mi hanno preceduto, che le due questioni siano state risolte da questo versetto: “Dio non vi proibisce di essere buoni ed equi con chi non vi ha combattuto e non vi ha scacciato dalle vostre case, Dio ama gli equanimi” (60,8).   

Il nostro rapporto con il resto dell’umanità è fondato sulla benevolenza e la rettitudine, e noi abbiamo il diritto di difenderci solo se ci combattono a causa della nostra fede o della nostra terra. Analogamente ha posto fine a questa dottrina l’esperienza storica della umma confluita nelle interpretazioni relative alla guerra, alla pace e alla tregua che gli Stati che si sono succeduti hanno applicato. Nella dottrina della fedeltà e della rottura c’è un ampliamento notevole della nozione di fede. Chi declama che non vi è altro dio se non Iddio e che Muhammad è il suo Profeta entra nel Giardino [paradiso, ndt]. Non è miscredente chi dissente da Abu Bakr al-Baghdadi o da altri, né si può accusare qualcuno di miscredenza per questo.

Se accade che questi giovani creano una scissione e diffondono ovunque la morte e la distruzione mentre i fondamentalisti iraniani le diffondono nel mondo arabo, per quanto la loro propaganda sia falsa e assurda, non conviene prenderla alla leggera né tacere, perché il popolo sunnita e sciita non siano tratti in inganno. Non c’è potenza né forza se non in Dio.

domenica 31 gennaio 2016

Damasco: attentato contro gli sciiti

Lo Stato Islamico ha rivendicato l’attentato di Damasco costato la vita a oltre cinquanta persone. Il mausoleo-moschea  di Sayyida Zaynab presso la quale si è consumata la strage è uno dei più importanti luoghi di pellegrinaggio sciita della Siria. Zaynab infatti era la figlia terzogenita di ‘Ali ibn Abu Talib, quarto califfo ben guidato e primo imam sciita, e di sua moglie Fatima, figlia del profeta Muhammad. Zaynab era perciò la sorella di Hasan e Husayn, ucciso nel 680 durante la battaglia di Kerbela per mano degli Omayyadi. Nella tradizione sciita Zaynab incarna un modello di sfida contro l’oppressione e l’ingiustizia.
 
Moschea Sayyida Zaynab ©Chiara Pellegrino

Di seguito il testo della rivendicazione dell’attentato.


Rivendicazione dell'attentato

Due soldati degli eserciti del califfato sono riusciti a portare a termine due operazioni di martirio contro un gruppo di rafiditi [sciiti, ndt] miscredenti nella zona di Sayyida Zaynab a Damasco, mietendo circa cinquanta morti e centoventi feriti tra i rafiditi miscredenti. Sappiano i rafiditi che così come uccidono, saranno uccisi, e così come bombardano, saranno fatti esplodere. Non saranno risparmiati dai colpi dei mujahidin, se Dio vuole. “Dio porta sempre a compimento il Suo decreto, ma la gran parte della gente non lo sa” (12,21).