martedì 27 dicembre 2016

Quei terroristi che ignorano la tradizione islamica

*Articolo pubblicato originariamente su www.fondazioneoasis.org

Giordania, Berlino, Ankara e Zurigo: gli attentatori agiscono in nome di una religione che non conoscono

Berlino, Ankara, Zurigo e al-Karak, in Giordania. Quattro attentati, quattro obbiettivi diversi e altrettante diverse modalità di azione, ma un solo punto di convergenza: uccidere in nome dell’Islam. Si tratta tuttavia di una interpretazione distorta della religione islamica, come ha spiegato a Oasis Roman Caillet, esperto francese di salafismo, che in passato ha preso posizione a favore di istanze jihadiste per poi dissociarsene pubblicamente, non senza creare molte controversie in patria. Caillet cura il blog Jihadologie sul sito del quotidiano francese Libération.

Mevlüt Mert Altıntaş, autore dell'attentato all'ambasciatore russo ad Ankara

Nel video diffuso dai mass media dell’attentato all’ambasciatore russo Andrej Karlov, ucciso ad Ankara il 19 dicembre in un attacco non ancora rivendicato, si sente il giovane attentatore declamare in arabo un detto del profeta dell’Islam: Noi siamo coloro che hanno giurato fedeltà a Muhammad per il jihad [nahnu alladhīna bāya‘ū Muhammad ‘alā al-jihād]”. Si tratta qui di un hadīth collegato al versetto coranico che recita “O profeta, incita alla battaglia i credenti” (8,66) e contenuto nella raccolta canonica di al-Bukhārī. “Nel corso della storia – spiega Romain Caillet – questo detto è stato molto citato. Oggi è menzionato un po’ da tutti, non soltanto dai jihadisti, ma anche dai Fratelli musulmani e da Hamas”. Come del resto molti altri detti del Profeta dell’Islam, anche questo hadīth è stato più volte riproposto in diversi nashīd, gli inni di battaglia dei jihadisti, al punto che, ricorda Caillet, la maggior parte dei militanti lo conosce soltanto attraverso di essi e ignora che si tratta in realtà di un hadīth. Questa diffusa difficoltà a risalire alle origini delle espressioni utilizzate nelle rivendicazioni degli attentati o nei video testimonia già da sé una conoscenza superficiale della religione in nome della quale i jihadisti agiscono.

L’attentato all’ambasciatore russo è anche prova di interpretazioni estemporanee e contrarie alla Tradizione e di un uso distorto della legge islamica. “Il diritto islamico – spiega Romain Caillet – vieta l’uccisione di ambasciatori e messaggeri che si trovino in terra d’Islam. È un concetto nato in epoca medievale. Il messaggero giungeva nelle terre islamiche in sella al suo cavallo e recava un messaggio alle autorità musulmane. Che il suo sangue non fosse lecito era espresso a chiare lettere anche nei testi fondamentalisti”.

Nonostante questo, l’attentato all’ambasciatore russo – dice Caillet – ha suscitato in seno alla galassia salafita reazioni diverse e contrarie. Se i salafiti quietisti hanno condannato l’assassinio in nome della norma giuridica che vieta di uccidere gli ambasciatori, i jihadisti qaedisti hanno esultato considerando lecita questa pratica perché non ritengono la Turchia “terra d’Islam” e il suo presidente, Recep Tayyip Erdogan, un’autorità musulmana. Secondo alcuni di loro, se l’ambasciatore si fosse trovato nello Stato Islamico non avrebbe potuto essere ucciso, ma siccome si trovava in un Paese retto da un regime apostata, ucciderlo è stato lecito”. “Tra questi ultimi, un saudita ha pubblicato un video annunciando che avrebbe fatto la ‘umra, il piccolo pellegrinaggio alla Mecca, per l’anima dell’eroe che ha ucciso l’ambasciatore” – racconta Caillet.

martedì 19 luglio 2016

Perché il golpe in Turchia è fallito

[Voci dal mondo arabo]

Che cosa scrivono i giornali arabi del colpo di Stato fallito in Turchia

Turchia: perché il golpe del 2016 è fallito?

Al-Safir, 18 luglio 2016. Di Mustafa al-Libad

[…] Il quinto colpo di Stato in Turchia è fallito contrariamente ai quattro golpe precedenti (1960,1971,1980 e 1997). [Le ragioni] di questo fallimento risiedono nel fatto che non si sono verificate le condizioni necessarie alla buona riuscita. […] Dopo il fallimento del golpe, come d’abitudine, nella nostra zona è andata diffondendosi la “teoria del complotto”. In sostanza, lo stesso Erdoğan avrebbe ideato il colpo di Stato per liquidare gli avversari. Questa teoria è improbabile. Quella turca infatti è una società complessa a cui mal si adatta una visione così semplicistica delle cose, oltre al fatto che Erdoğan è nella lista dei perdenti nonostante il golpe sia fallito. Fatti salvi il tempo e il luogo, il fallito golpe turco del 2016 può essere paragonato al golpe russo, anch’esso fallito, del 1991. In Russia Gorbaciov non ha avuto alcun vantaggio nonostante il fallimento del colpo di Stato. Boris Eltsin ne ha tratto vantaggio, e l’Unione Sovietica si è disintegrata.

Gli otto requisiti mancanti

[…] Nel recente colpo di stato è mancata l’unità nelle istituzioni militari. Probabilmente, la notizia precoce del colpo di stato e il sequestro del capo di Stato maggiore Hulusi Acar erano indizi evidenti del contrasto tra i golpisti e la leadership dell’esercito. Vale la pena ricordare che la carica di ministro della difesa in Turchia, attualmente affidata al generale Fikri Işık è una carica politica, mentre la carica militare più altra rimane il capo di Stato maggiore dell’esercito turco. […]

Il secondo requisito assente è la presenza di figure militari di primo piano come leader del golpe, come avvenne con la nomina del generale Cemal Gürsel nel 1960, con il Capo di Stato Maggiore generale Mamdou Tagmac nel 1971, con il Capo di Stato maggiore generale Kenan Evren nel 1980, e con una serie di alti ufficiali turchi nel 1997 primi fra i quali i generali İsmail Hakkı Karadayı, Çevik Bir e Çetin Doğan. Nel golpe recente sono emersi i nomi dell’ex Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Akın Öztürk, del colonnello Muharram Kusa consigliere del Capo di Stato Maggiore, e quello di Öztürk Hakan Karakuş pilota di grado medio. […] Il confronto tra i nomi e i gradi di questi ultimi e quelli degli alti ufficiali dei golpe riusciti è un prova chiara della mancanza di questo secondo requisito. 

Il terzo requisito che è mancato nel recente colpo di stato è il sostegno popolare. I quattro golpe riusciti in Turchia si erano infatti distinti per l’adesione dei gruppi e dei partiti politici in un contesto di ampia polarizzazione politica. Per quanto nella Turchia contemporanea vi sia una polarizzazione politica importante il rifiuto, fin dall’inizio, del colpo di stato da parte dei tre partiti di opposizione (il “Partito popolare repubblicano” laico, il “Partito democratico del popolo” curdo e il “Partito del movimento nazionalista” di destra) ha contribuito notevolmente a delegittimarlo. 

Il quarto requisito assente è il controllo da parte dei golpisti del governo, del parlamento e dei simboli del governo eletto. […]

La quinta condizione che non si è verificata nel recente colpo di stato è il controllo da parte dei golpisti dei mezzi di comunicazione. Il “primo annuncio” del golpe è stato dato da una delle presentatrici del canale TRT, lo stesso che poi ha annunciato il fallimento del golpe dopo che i golpisti sono stati fatti evacuare dalla sede della TV. 

La sesta condizione per il successo di un golpe in Turchia è l’identificazione dei golpisti nell’ideologia kemalista laica, che vede nell’esercito il protettore della Repubblica. Ciò è evidente nel discorso che i golpisti utilizzano per influenzare l’opinione pubblica turca. Rispetto alla “prima dichiarazione” dei quattro golpe riusciti, la “prima dichiarazione” del colpo di stato fallito era priva di quel contenuto ideologico, nonostante la ripresa di alcune frasi in stile Atatürk come “pace all’interno e all’esterno” e “difesa della laicità” […]

La settima condizione che consente la buona riuscita di un golpe è un coordinamento preventivo tra i golpisti e i rami "profondi dello Stato" ovvero la polizia, la magistratura e i media, ciò che è mancato nell’ultimo golpe. […]

Infine, a fare la differenza in questo ultimo golpe rispetto ai precedenti è stato lo scarso numero di soldati che hanno preso parte al colpo di Stato […].

Vignetta di al-Quds al-Arabi, 16 luglio 2016




Ha vinto Erdogan?

Al-Masri al-Youm, 18 luglio 2016. Di Amr al-Shubaki

[…] Nonostante la crudeltà di alcune scene turche nel giorno del colpo di stato, la domanda più importante, che esula dalle teorie sciocche secondo le quali Erdoğan avrebbe organizzato un colpo di stato per sbarazzarsi dei comandanti dell’esercito (la verità è che i comandanti stavano dalla sua parte, e chi ha organizzato il colpo di stato erano per lo più colonnelli insieme a non più di cinque generali), riguarda il futuro di Erdoğan e se per quest’ultimo la battaglia sia o meno un trionfo politicamente parlando. 

Nei confronti di chi ha partecipato al golpe Erdoğan agirà con lo stesso spirito di vendetta che era solito mettere in campo contro la dissidenza? Si troverà forse a combattere una nuova battaglia contro le istituzioni statali, l’esercito in primis – una battaglia iniziata con la destituzione di oltre 2000 giudici, e processerà i loro omologhi dell’esercito?

La verità è che Erdoğan è uscito più forte dal tentativo fallito di golpe, ma la sua è una forza temporanea. Qualcosa infatti si è spezzato, la convinzione cioè che nessuno sarebbe riuscito a sottrargli il potere, per poi scoprire improvvisamente che nel suo esercito c’è una corrente che gli si rivolta contro, desiderosa di annientarlo.  

Quello che è certo è che il regime di Erdoğan è il primo responsabile della divisione sociale che sta conoscendo la Turchia, e che la campagna lanciata contro i suoi avversari, in particolare i giovani di tutte le correnti, la stampa, Facebook e i social media, è la guerra condotta da un sistema autoritario contro tutti i dissidenti. Poi è arrivato il giorno in cui proprio questi strumenti di cui aveva decretato la chiusura e attraverso cui ha dissuaso dal colpo di stato lanciando il messaggio su Twitter in cui chiedeva ai sostenitori di scendere in strada, l’hanno salvato. […]

martedì 12 luglio 2016

Il terrorismo nei luoghi sacri

[Voci dal mondo arabo]

Come ha reagito la stampa araba agli attentati di Medina

Al-Masri al-Youm, 6 luglio 2016. Di Amr al-Shubaki

Se un attentatore suicida dell’Isis prende di mira le forze di sicurezza saudite durante il mese sacro, nel momento dell’appello alla preghiera del tramonto, e per di più nei pressi della tomba dell’Inviato (Maometto, Ndt) significa che siamo di fronte a una metamorfosi delle operazioni terroristiche. Nell’impatto quattro uomini della sicurezza hanno perso la vita, una scena che ha urtato i sentimenti religiosi di ogni musulmano oltre a quelli umani. Chi ha chiuso gli occhi davanti ai crimini dell’Isis perché questo prende di mira altre confessioni e religioni è complice quanto il kamikaze; i crimini che questa organizzazione commette contro gli arabi e i musulmani sunniti sono infatti maggiori di quelli che commette contro i musulmani sciiti o i non-musulmani. Chi è rimasto in silenzio di fronte all’esplosione avvenuta nel quartiere di Karrada a Baghdad, che ha provocato oltre 130 vittime, per lo più sciite, e ha pensato che ciò che è accaduto ad al-Qatif, a maggioranza sciita, non si sarebbe ripetuto a Medina o a Mecca è altrettanto colpevole, perché il terrorismo dell’Isis è un terrorismo assassino e i criminali non hanno patria, religione né confessione.

Un attentatore che si fa esplodere vicino alla moschea del Profeta riflette la trasformazione dei gruppi terroristici e il passaggio dalla fase del gruppo jihadista che accusa di miscredenza (takfīr) un governante o un sistema, ma limita l’uccisione dei semplici civili (come la Jamā‘at al-Islāmiyya e il Tanzīm al-Jihād in Egitto) e non compie operazioni suicide, alla fase dei gruppi takfiristi che non pongono alcun limite all’uccisione e allo sgozzamento quotidiani, come avviene in Iraq, Siria, Egitto, Tunisia, Francia, Turchia e America fino ad arrivare al cuore delle terre sacre dei musulmani, Medina.     

La metamorfosi dei gruppi terroristici è iniziata probabilmente dopo gli attacchi dell’11 settembre e la guerra dell’America al terrorismo, che ha favorito la diffusione di quest’ultimo. All’epoca comparve una nuova specie di terroristi, diversi rispetto ai vecchi terroristi. I nuovi erano in parte utenti dei social network, ma provenivano perlopiù da organizzazioni ideologiche che hanno banalizzato le norme relative a “dār kufr (casa della miscredenza)”, “dār ridda (casa dell’apostasia)”, “dār Islām (casa dell’Islam)”, “dār da‘wa (casa della Chiamata)”… fino a compiere operazioni terroristiche nei pressi della tomba del Profeta dell’Islam. 

I gruppi terroristici sono passati dal conflitto contro il potere interno con l’obbiettivo di farlo cadere e realizzare il loro progetto islamista, alla vendetta contro il mondo e l’umanità, nonostante sappiano bene di non essere capaci di far cadere un regime né in Medio-Oriente né in Occidente ma solamente di cercar vendetta contro il sistema, democratico o autoritario, e contro il popolo, musulmano o non-musulmano. Questi gruppi infatti sono cresciuti a suon di slogan superficiali e takfiristi che si ripetono sui social network, e che in poche settimane preparano giovani frustrati a intraprendere operazioni suicide, sconosciute alle organizzazioni jihadiste del secolo scorso.   

L’Iraq e la Siria sono diventati le nutrici per eccellenza del nuovo terrorismo perché offrono un ambiente fertile che attrae persone frustrate, mosse dal desiderio di sopraffazione, vendetta e denaro, e prive di formazione dottrinale. A un giovane del Tanzīm al-Jihad e della Jamā‘at Islāmiyya occorrevano anni di preparazione psicologica, dottrinale e religiosa prima di imbracciare un’arma e uccidere una persona. Ora invece un giovane è pronto a prendere le armi in pochi giorni e in poche settimane a compiere un attentato. Questo perché non è guidato da moventi propriamente dottrinali, ma dalla vendetta e dall’emarginazione e, a volte, dal denaro, benché questi siano riempiti di termini religiosi.

I sociologi e gli psicologi, e non solo gli esperti della sicurezza, dovrebbero studiare a fondo i moventi dell’attentatore suicida di Medina. Egli è parte di un’organizzazione che odia l’Islam e i musulmani e combatte tanto i sunniti quanto gli sciiti. Dio abbia pietà dei martiri del terrorismo in Arabia Saudita e in tutto il mondo.  

(Traduzione di Chiara Pellegrino per Fondazione Oasis)


mercoledì 6 luglio 2016

ISIS è “sintomo di una malattia, non la malattia stessa”

[Voci dal mondo arabo]


Breve rassegna della stampa araba



Al-Hayat, 4 luglio 2016. Di Jihad al-Khazin

Noi siamo una umma che si suicida ogni giorno, che trova sempre un nuovo modo di suicidarsi, lo sperimenta e il giorno successivo passa a un altro. Chi non è morto di spada è morto di qualcos’altro, e a noi non resta che dare l’annuncio del decesso e poi le disposizioni per la sepoltura. Se la decisione spettasse a me, porterei i cadaveri in una fornace come fanno in Occidente per far sì che la umma diventi polvere dispersa anziché una tomba sulla quale i nemici scrivono parole di vendetta e gioia maligna. 
È finito il tempo della rinascita araba (nahda); a una generazione ne è succeduta un’altra, siamo passati dalla catastrofe (nakba) alla disfatta (naksa), e i sogni di unità, prosperità e pace sono andati perduti. Alla pace è seguita la sottomissione, e nessuno ci ha voluti. Abbiamo mendicato un futuro migliore dai Paesi che ci hanno colonizzato, rubato il passato e il presente e poi abbandonati sulla via dell’annichilimento. Nel momento in cui nessuno ci ha considerati, ci siamo rivolti gli uni contro gli altri, ci siamo uccisi a vicenda e abbiamo distrutto il futuro come nessun nemico ha mai fatto. Poi abbiamo accusato un nemico inesistente attribuendogli la responsabilità per ciò che abbiamo commesso noi. 
Una nazione verso l’annichilimento, che non sa fare altro che cantare e danzare sulle tombe delle vittime. Perché abbiamo lasciato una discendenza? Perché abbiamo tanto desiderato mettere al mondo i figli? Per gettarli nella pattumiera della storia? Che cosa diranno dei padri i figli quando cresceranno? Cresceranno o saranno mangiati dai pesci del mare? 
Dopo Farouq Umar [bin al-Khattab, secondo califfo ben guidato, Ndt], Mu‘ammar Gheddafi. Dopo Khalid bin al-Walid [ibn al-Mughira, condottiero arabo delle origini, Ndt], Saddam Hussein. Dopo Muhammad ‘Abduh e Jamal al-Din al-Afghani, al-Zarqawi e al-Baghdadi. Dov’è il “sostegno sicuro” [Corano 2,257 e 31,21, Ndt]? Si troverà un giorno? Abbiamo gettato le basi dell’astronomia e abbiamo perso la strada di casa. Abbiamo scoperto lo zero, l’abbiamo dato ad altri e noi siamo rimasti a zero. Abbiamo fatto evolvere la medicina e i medicinali e ci siamo ammalati. Nella matematica abbiamo contribuito all’algebra e la geometria e abbiamo finito per essere frazioni decimali del mondo. […] 
E il futuro? Il futuro è di chi lo costruisce. Noi viviamo nel passato. Una parte di esso è stato glorioso e ha prodotto invenzioni. Nella nostra storia abbiamo quanto basta per andar fieri, se non fosse che andiamo fieri di una gloria inesistente, di vittorie che non sono mai arrivate, e di eroismi leggendari. […] 


Vignetta di Al-Quds al-‘Arabi, 3 luglio 2016.
Attacco terroristico in Bangladesh





Al-Sharq al-Awsat, 4 luglio 2016. Di Ma’mun Fandy

Non avrei mai immaginato di guardare un giorno la cartina del mondo arabo e vederne i confini tracciati con il sangue, da Baghdad a Damasco fino a Tripoli di Libia e Tripoli del Libano. […] È giusto domandarci chi sia il responsabile di questo spettro spaventoso, se la nostra cultura, le nostre politiche oppure i media, che diffondono quotidianamente queste immagini anche durante la fascia oraria protetta. […] Qual è la soluzione? Ridisegnare i tratti culturali delle nostre società? Dare l’esempio ai nostri figli e alle nostre figlie? Oppure adottare politiche specifiche per mettere fine a questa condizione di apatia di fronte alla mappa del sangue, politiche che facciano i conti con le radici del problema? L’esempio è senz’altro fondamentale, l’uomo politico deve avere il coraggio di correggere il nostro percorso culturale, anche se così facendo andrà contro corrente. […] 
I nostri responsabili devono pensare a nuove politiche di istruzione, che subisce il peggiore degli sfruttamenti. […] Le nostre istituzioni religiose devono occuparsi della direzione spirituale e di ampliare gli orizzonti della conoscenza delle diverse religioni presenti nelle nostre società. Queste istituzioni devono prendere coscienza del ruolo che è stato loro affidato e non devono usurpare i ruoli altrui. Il problema principale delle nostre società è che la maggior parte di noi non svolge correttamente il proprio ruolo perché è impegnato a svolgere quello degli altri. L’uomo politico fallisce in politica perché vuol essere un uomo di religione, mentre l’uomo di religione fallisce nel presentarsi come modello spirituale perché vuol essere un policy maker. La mappa del sangue che disegna i confini dei nostri Paesi non richiede una soluzione semplice e banale che identifichi la crisi con l’Isis o con gli estremisti: tali manifestazioni sono i sintomi di una malattia, non la malattia stessa. Dobbiamo riflettere a lungo sulla portata e sulla profondità della crisi.    

martedì 14 giugno 2016

"La commistione tra Islam e politica ha fatto sfociare l’Islam nel terrorismo"

[Voci dal mondo arabo]


Dopo la strage di Orlando, un giornalista saudita solleva una critica: "La maggior parte dei popoli islamici cerca una via di fuga, eludendo la verità e inventando ragioni presunte"

Al-Jazeera, 14 giugno 2016. Di Muhammad Al al-Shaykh

So con certezza che la maggior parte dei popoli islamici odia la verità, cerca la via della fuga, eludendola e inventando delle ragioni presunte. Ho maturato questa certezza dopo aver scritto periodicamente e osservato, per oltre quindici anni, le reazioni che suscitano i miei scritti.

Dopo l’11 settembre ci siamo ostinati, abbiamo imbrogliato e rifiutato di accettare la verità, il fatto cioè che gli attentatori fossero musulmani arabi, e abbiamo detto che questo crimine efferato non aveva nulla a che vedere con l’Islam e con i musulmani, ma era un complotto dei nemici sionisti. Finché ha fatto la sua comparsa Bin Laden, criminale deceduto, che ha rivendicato l’attentato.

Ieri un afgano di origini musulmane ha fatto irruzione in una discoteca per gay a Orlando in America con un kalashnikov, ha ucciso 50 persone e ne ha ferite altre 53 in uno dei più grandi attentati terroristici dopo quello dell’11 settembre. Questo fatto avrà sicuramente conseguenze gravi per l’immagine dell’Islam tra gli americani e contribuirà a rafforzare i sentimenti di odio verso i musulmani da parte americana, in particolare ora che la battaglia presidenziale è alle porte e la lotta tra i candidati del partito Repubblicano e Democratico divampa. In questo periodo in particolare, ciascun candidato cercherà di polarizzare i sentimenti degli elettori e ottenere il loro voto. Non ho il benché minimo dubbio che il candidato di estrema destra, Donald Trump, sfrutterà questo attentato terroristico per rafforzare la sua celebre presa di posizione razzista contro i musulmani, e la candidata Hillary Clinton sarà costretta a tenere il passo con lui. I primi perdenti saranno gli americani musulmani, poi i musulmani di ogni parte del mondo. Sarà una sconfitta per la reputazione e l’immagine dell’uomo musulmano, dubiteranno di lui e lo accuseranno di terrorismo, ovunque egli andrà.

Come dissi in occasione degli eventi dell’11 settembre, e come ribadisco ora, la commistione tra Islam e questioni politiche ha fatto sfociare l’Islam nella violenza e nel terrorismo. Certo, non vi è relazione tra l’Islam e il terrorismo, ma chiunque creda che l’Islam debba entrare nelle questioni politiche, ne fornisca la categoria, e difenda ciò in cui si avventurano i movimentisti sedicenti musulmani è responsabile del terrorismo, sia che condanni questi crimini sia che li accolga.

L’Islam è prima di tutto il rapporto tra l’uomo e il suo Signore, un rapporto riassunto dai cinque pilastri dell’Islam, che sono le costanti in ogni tempo e in ogni luogo. Il resto, come dico e ripeto sempre, sono questioni puramente terrene […], stabilite dalle necessità contingenti. I sedicenti musulmani politicizzati rifiutano le realtà storiche nonostante queste siano confermate come tali, e non ritengono necessario accompagnarle con cambiamenti di natura contingente. Il risultato della divergenza tra le condizioni del passato e le necessità del presente è il fallimento dei sedicenti musulmani e delle loro teorie. Ciò ha fatto sì che l’Islam diventasse per i musulmani politicizzati uno strumento di violenza e terrorismo.

Perciò io dico che il terrorismo continuerà a minacciare il mondo da un capo all’altro fintanto che i musulmani non si convinceranno fermamente a tenere lontana la loro religione, il lecito (halāl) e l’illecito (harām) dai corridoi della politica. La religione è costante, non muta, mentre la politica deve mutare per adeguarsi alle condizioni e alle necessità mutevoli.

giovedì 5 maggio 2016

Egitto: i giornalisti criticano il regime sulla libertà di stampa

[Voci dal mondo arabo]

La crisi tra il governo egiziano e il sindacato dei giornalisti sui principali quotidiani arabi

Assemblea generale dei giornalisti egiziani assediata dalle forze di sicurezza
Al-Jazeera, quotidiano qatarino, 4 maggio 2016

Oggi il sindacato dei giornalisti ha indetto inaspettatamente un’assemblea generale per discutere delle pratiche messe in atto dal ministero dell’Interno contro i giornalisti e dei ripetuti assedi alla sede del sindacato. Le forze di sicurezza egiziane hanno inasprito l’assedio alla sede del sindacato dei giornalisti e da domenica sera hanno bloccato tutte le strade limitrofe.
I giornalisti egiziani hanno raggiunto la sede del loro sindacato nel centro del Cairo per prendere parte all’assemblea generale nel bel mezzo di un assedio che non ha precedenti. Alcune fonti hanno riportato ad al-Jazeera che la sicurezza egiziana esorta i sostenitori del regime a recarsi alla sede del sindacato dei giornalisti per manifestare contro questi ultimi e ostacolare l’assemblea.
Alcuni membri del sindacato dei giornalisti propongono all’assemblea generale di adottare una risoluzione che vieti a tutti i giornali cartacei di pubblicare finché il ministro degli Interni, il Gen. Magdi Abdel al-Ghaffar, non si dimetta, mentre altri chiedono che si stipuli un accordo per vietare la diffusione di notizie e comunicati del ministero sui giornali.

Il discorso ufficiale

Il ministero dell’Interno ha affermato in un comunicato di aver arrestato i due giornalisti all’interno dell’edificio del sindacato secondo la decisione della procura con due capi d’accusa – incitamento a manifestare e diffusione di maldicenze, ma ha negato di aver assediato l’edificio o essere ricorso alla forza.
Entrambi i giornalisti sono stati portati davanti al pubblico ministero che ha disposto quindici giorni di detenzione in attesa di ulteriori indagini, e ha individuato una serie di capi d’accusa che vanno dal sabotaggio della Costituzione e delle leggi, al danneggiamento dell’unità nazionale e della pace sociale, alla diffusione di notizie false nel tentativo di turbare l’opinione pubblica.
Da ieri il sindacato dei giornalisti in Egitto ha intensificato le sue azioni di protesta esponendo a mezz’asta la sua bandiera e issando delle bandiere nere in segno di protesta contro l’arresto dei suoi due membri. […]

Libertà di stampa
Al-Mada, quotidiano di politica iracheno, 26 aprile 2016



L’inquisizione dei giornalisti egiziani
Al-Quds al-‘Arabi, quotidiano panarabo, 4 maggio 2016

Le autorità egiziane sono come colui che si spara alla gamba e colpisce direttamente il tallone del piede, ovvero i giornalisti e i loro sindacati, che si schierarono per la maggior parte a favore del Presidente al-Sisi quando il Presidente eletto Muhammad Morsi fu destituito. In settantacinque anni dalla nascita del sindacato dei giornalisti egiziani nessun governante egiziano aveva mai osato attaccarne la sede, né Nasser, né Sadat, né Mubarak e neppure Morsi. Con ciascuno di loro si verificarono delle crisi, grandi o piccole, ma fino ad oggi non si era mai arrivati a rompere del tutto i ponti che ora invece sono stati rotti senza esitazioni, nonostante i giornalisti siano stati nel loro insieme l’avanguardia dei sostenitori e i portabandiera del governante. Essi non solo erano la linea di difesa avanzata, ma anche la rampa di lancio dei missili contro chi si proclamava in un modo o nell’altro, contro il governante. […]

Dov’è “l’informazione della vergogna”?
Al-Masry al-Yawm, quotidiano egiziano, 5 maggio 2016

Ti sorprendi quando ti raccontano dell’informazione della vergogna e dalla mattina alla sera diffamano i giornalisti accusandoli di incitare le persone e aizzare l’opinione pubblica contro lo Stato e il Presidente, senza neppure domandarsi in che cosa consista esattamente questa “informazione vergognosa” – se assumiamo la validità di questa espressione in un Paese che desidera essere normale (non diciamo democratico o avanzato) e che perciò non può vivere senza informazione libera, un minimo di libertà e un lavoro retribuito.
La vera domanda è in che cosa consista questa informazione vergognosa di cui alcuni hanno parlato quotidianamente, dimenticando o facendo finta di dimenticare che quell’informazione è figlia legittima del sistema di governo attuale che essi sostengono e difendono contro l’“informazione della vergogna” in una scissione che appare scioccante.
La verità è che il loro problema con questo tipo di informazione, se assumiamo la loro buona fede, è un problema di consapevolezza e ignoranza in un Paese colpito dalla crisi economica, con un sistema d’istruzione in rovina, in cui l’indottrinamento e il lavaggio del cervello è capace di formare tra molte persone “una non coscienza”, rendendole incapaci di pensare.
Dov’è allora l’informazione della vergogna? Essa è opera di quei giornalisti che sostengono qualsiasi sistema politico, sono immuni da qualsiasi provvedimento giudiziario e viaggiano con il Presidente ovunque egli vada, e dei giornalisti autorizzati a condurre programmi in cui vengono commessi ripetutamente dei veri e propri crimini senza che vi sia alcun controllo. Essi spiano i telefoni degli ospiti, umiliano il grande popolo siriano nonostante la loro catastrofe per poter dire “viva l’Egitto”, esattamente come i loro “complici” della stessa scuola umiliano i nostri fratelli magrebini. […]

mercoledì 20 aprile 2016

Dai media arabi: separare la sfera religiosa da quella politica

[Voci dal mondo arabo]

Due articoli dalla stampa araba mettono in luce il dibattito in corso sulla necessità di riforma religiosa e politica.

La precedenza alla lotta all’estremismo
Al-Sharq al-Awsat, 25 marzo 2016. Di Ridwan al-Sayyid

Un hadīth dell’Inviato di Dio – le preghiere di Dio e la pace siano su di lui – afferma che la conoscenza sarà preservata dai giusti di ogni generazione; essi la purificheranno dalle interpretazioni di chi eccede e dalle distorsioni di chi afferma il falso. Dopo due decenni è diventato evidente chi sono coloro che eccedono e chi sono coloro che affermano il falso e distorcono. Entrambe le malattie si sono manifestate nel cuore dell’Islam o se ne sono ammantate. Tutti noi ne abbiamo seguito le manifestazioni e abbiamo provato ad affrontarle. La questione è diventata evidente in seguito alla comparsa di al-Qaida e dei suoi rami, che negli ultimi quindici anni hanno inciso profondamente nelle società, negli Stati e nel mondo sostenendo alcune interpretazioni della religione – il takfīr, l’uccisione e il califfato di al-Baghdadi sono tra le più recenti –, e alla distorsione della religione operata dall’Iran in nome dell’opposizione piuttosto che della protezione dei santuari degli Ahl al-bayt [gente della Casa, famiglia del Profeta] o degli interessi strategici iraniani.

Dal diciannovesimo secolo i sociologi occidentali divergono dai teologi e dagli uomini di religione sul modo di considerare la religione. Gli ‘ulamā’ si focalizzano sui principi della religione e sulle sue manifestazioni cultuali ed etiche. Quanto ai sociologi, dicono di interessarsi alle influenze non religiose della religione e agli effetti mondani e sociali evidenti di quest’ultima. È in atto una discussione tra le parti sulla possibilità di comprendere le manifestazioni e le influenze senza considerare i principi dottrinali o teologici della religione. Tuttavia il riferimento ai fondamenti rimane necessario per leggere la modalità con cui avvengono i cambiamenti nelle nozioni religiose e come queste vengano sfruttate per obbiettivi autoritari e strategici (al-Qaida, Daesh, Hezbollah, ‘Asā’ib ahl al-Haqq [gruppo paramilitare sciita iracheno], le brigate fatimidi [sciiti afghani]…).

Ognuna di queste parti segue la via che gli sembra più agevole per giungere a ciò che si è prefissata.Personalmente ritengo che l’operato di al-Qaida, Daesh e dei loro simili rappresenti l’eccesso e l’estremismo, mentre le azioni delle milizie iraniane rappresenti la distorsione [della religione]. Ho stabilito questa divisione perché i primi parlano di combattere la superbia del mondo, correggere la fede rendendo lecito il sangue e uccidendo in nome del takfīr, o dicono che il fine (lo Stato Islamico o l’applicazione della sharī‘a) giustifica i mezzi […]. Quanto agli iraniani, che distorcono, guadagnano gli sciiti alla propria causa col pretesto di liberare lo sciismo dalla tirannia e diffonderlo con questo metodo. […] 


Il mondo e il popolo siriano
Al-Jazeera, 18 aprile 2016

















La riforma religiosa e la sua relazione con la riforma politica
Al-Maghris, 8 aprile 2016. Di ‘Ali al-Murabit 

Il problema della separazione della religione dalla politica è diventato il fulcro delle battaglie ideologiche che da anni in Marocco vedono coinvolti i laici, che esortano a separare la religione dalla politica, e la corrente islamica che si oppone a tale separazione. È evidente che chi si addentra nella questione dal punto di vista islamico, offre una visione della realtà evidentemente inadeguata condannando le dottrine contemporanee e i sistemi di governo importati. Essi rifiutano in maniera assoluta la democrazia e la considerano [una forma di] miscredenza nonostante essa comprenda alcuni principi e disposizioni presenti nella shari‘a islamica, tra cui il principio che sancisce la salvaguardia della responsabilità e il diritto dei popoli di scegliere i loro governanti.

Nella maggior parte dei Paesi arabi questa corrente è ascesa al potere proprio in nome della democrazia, a seguito del movimento popolare noto come Primavera araba, e il partito islamista di Giustizia e Sviluppo ha assunto la guida del governo marocchino. Quanto ai laici che rifiutano la sharī‘a e sono vincolati agli accordi internazionali, le battaglie politiche ne indeboliscono gli sforzi e ne prosciugano le forze. […]
Il fatto è che il campo religioso è esso stesso un campo politico e ideologico. Esso è infatti un campo di battaglia all’interno del quale si consumano le lotte per il governo. Negli anni Settanta lo Stato è tornato nel campo religioso con forza e adottando una strategia di dominio, nel tentativo di contrastare e combattere l’opposizione di sinistra. Oggi però ci troviamo di fronte a più interpretazioni del testo religioso e del diritto islamico al punto che la stessa religione è diventata uno spazio di conflitto non solamente tra il governo e gli islamisti, ma anche tra gli islamisti dello stesso Paese.


L’opulenza di al-Sisi e la crisi del popolo egiziano, devastato dalla disoccupazione, dalla corruzione, dalla povertà, dalla crisi del turismo e dai rincari

Al-Jazeera, 17 aprile 2016