domenica 31 gennaio 2016

Damasco: attentato contro gli sciiti

Lo Stato Islamico ha rivendicato l’attentato di Damasco costato la vita a oltre cinquanta persone. Il mausoleo-moschea  di Sayyida Zaynab presso la quale si è consumata la strage è uno dei più importanti luoghi di pellegrinaggio sciita della Siria. Zaynab infatti era la figlia terzogenita di ‘Ali ibn Abu Talib, quarto califfo ben guidato e primo imam sciita, e di sua moglie Fatima, figlia del profeta Muhammad. Zaynab era perciò la sorella di Hasan e Husayn, ucciso nel 680 durante la battaglia di Kerbela per mano degli Omayyadi. Nella tradizione sciita Zaynab incarna un modello di sfida contro l’oppressione e l’ingiustizia.
 
Moschea Sayyida Zaynab ©Chiara Pellegrino

Di seguito il testo della rivendicazione dell’attentato.


Rivendicazione dell'attentato

Due soldati degli eserciti del califfato sono riusciti a portare a termine due operazioni di martirio contro un gruppo di rafiditi [sciiti, ndt] miscredenti nella zona di Sayyida Zaynab a Damasco, mietendo circa cinquanta morti e centoventi feriti tra i rafiditi miscredenti. Sappiano i rafiditi che così come uccidono, saranno uccisi, e così come bombardano, saranno fatti esplodere. Non saranno risparmiati dai colpi dei mujahidin, se Dio vuole. “Dio porta sempre a compimento il Suo decreto, ma la gran parte della gente non lo sa” (12,21).
         

mercoledì 27 gennaio 2016

Esecuzioni capitali in Arabia Saudita: l’accusa di al-Qaida

A pochi giorni dall’esecuzione della pena di morte a cui l’Arabia Saudita ha condannato 47 persone a inizio gennaio, il leader di al-Qaida Ayman al-Zawahiri ha rilasciato un video di condanna dal titolo “Gli al-Saud assassini dei mujahidin”. Dei quarantasette decapitati, quattro erano sciiti – tra questi il leader Nimr al-Nimr, condannato per sedizione con l’accusa di aver fomentato le rivolte sciite del 2012 nella Provincia orientale del Paese – mentre gli altri erano militanti al-Qaida. 
Il video si apre con la recitazione dei primi versetti coranici della sura delle Torri (85,1-8) seguita da una breve clip di un discorso tenuto da Anwâr al-Hawlakî, ideologo di al-Qaida nella Penisola araba rimasto ucciso durante un raid americano nel 2011. Al-Hawlakî paragona il martirio a un albero i cui frutti crescono, maturano e sono raccolti. L’albero del martirio nella penisola arabica – afferma l’ideologo – ha maturato i suoi frutti, e Dio li ha colti prendendo con sé i martiri. Al discorso di al-Hawlakî segue il messaggio audio del leader di al-Qaida di cui si riporta la traduzione integrale. 



Ayman al-Zawahiri, leader di al-Qaida
Sia lode a Dio e la preghiera e la pace siano sull’Inviato di Dio, sulla sua famiglia e sui suoi compagni. 

O voi fratelli musulmani di ogni luogo, la pace, la misericordia e la benedizione di Dio siano su di voi.

I mezzi d’informazione hanno trasmesso la notizia dell’uccisione, a opera del governo saudita, di più di quaranta combattenti oltre a Nimr al-Nimr. Quest’ultimo è un uomo dell’Iran nella penisola arabica orientale. La sua uccisione è una manifestazione della rivalità tra l’Arabia Saudita e l’Iran per esercitare l’influenza nella regione, con il pretesto di proteggere gli interessi e l’accordo con l’America.

Quando i popoli arabi sono insorti contro l’iniquità, l’Arabia Saudita ha dato ospitalità a Zine El-Abidine Ben Ali e sostenuto al-Sisi, mentre l’Iran ha sostenuto il sanguinario, figlio del sanguinario, Bashar al-Assad. Quanto allo Yemen, i due si sono divisi nel complotto contro la rivoluzione popolare contro la corruzione: l’Iran ha sostenuto il destituito mentre l’Arabia Saudita ha sostenuto il Vice del destituito. 

Nel Levante hanno partecipato entrambi alla guerra contro i combattenti; l’Arabia Saudita attraverso l’alleanza con l’America, l’Iran attraverso l’alleanza con la Russia. Tutti vogliono eliminare i combattenti e impedire l’istituzione di qualsivoglia governo islamico jihadista nella Siria del jihad. 

L’Iran ha colmato il mondo di lamenti per il suo uomo. A non essere compianti sono stati i combattenti, i veri nemici dell’America, che hanno ubbidito all’ordine del loro profeta – la pace e la preghiera siano su di lui – “espellete gli infedeli dalla penisola araba”. Essi hanno promesso a Dio di mantener fede al giuramento del loro imam Osama bin Laden, che Dio abbia misericordia di lui: “Giuro su Dio onnipotente che ha innalzato i cieli senza pilastri, che l’America e i suoi abitanti non vedranno la pace finché noi non vivremo in pace in Palestina e tutti gli eserciti miscredenti non si saranno ritirati dalla terra di Muhammad, la pace e la preghiera siano su di lui”.  

Chiedo a Dio di ricompensare la umma musulmana, accettare il suo jihad e i suoi sacrifici per la causa della vittoria dell’Islam, e purificare la terra dei due luoghi sacri [Mecca e Medina] dagli infedeli e dai loro servitori traditori, apostati e corrotti.

Rivolgo le mie condoglianze alle famiglie [dei combattenti], ai loro parenti e ai loro fratelli, e chiedo al Signore del Trono sublime di concedere loro la pazienza e il compiacimento per il decreto divino, instillare nei loro cuori la pazienza e la fede, e dare loro ricompensa più grande. 

Concludo rivolgendo tre messaggi.

Il primo messaggio è rivolto ai combattenti. Io dico loro: la migliore vendetta per i vostri fratelli è danneggiare l’alleanza crociato-sionista. Seguite i suoi interessi laddove vi è possibile, ciò che più fa soffrire gli al-Saud è che i loro padroni siano colpiti ed essi debbano cercare un nuovo custode. 

Il secondo messaggio è rivolto alla nostra gente nella penisola araba, ai loro ‘ulamâ’, ai loro capi e alle loro fiere tribù. A costoro dico: per voi è venuto il momento di sbarazzarvi di questo sistema marcio che vi ha corrotto la religione e il mondo, e non vi difenderà né dal pericolo safavide né dal pericolo americano. Anzi, i suoi criminali si daranno alla fuga così come si sono dati alla fuga gli al-Sabah. 

Ricordo anche agli ‘ulamâ’ sinceri della penisola il loro ruolo nella promozione della virtù e nella prevenzione del vizio nei confronti di questo regime apostata, ostile ai musulmani e protettore dell’Occidente che li deruba delle loro ricchezze. […]

Che il sapiente martire – perché tale noi lo consideriamo – Fâris bin Ahmad al-Shuwîl al-Zahrânî, Dio abbia misericordia di lui, sia per loro un modello. I suoi sacrifici e il suo martirio rendono vive le sue parole di ribellione alla vittoria dei tiranni, alla violenza degli oppressori e ai grandi criminali. 

E ricordo loro il dovere di smascherare gli ‘ulamâ’ malvagi che inducono i grandi criminali a commettere i loro crimini contro i musulmani e i combattenti. Disse il Profeta – la preghiera e la pace siano su di lui: “Avete sentito che dopo di me verranno dei principi. Chi si accosta a costoro, crede alla loro menzogna e li sostiene nella loro iniquità, costui non ha a che fare con me ne io con lui, e non mi incontrerà alla Fonte (al-hawdh). Chi non si accosta a costoro, non crede alla loro menzogna e non li sostiene nella loro iniquità, costui ha a che fare con me e io con lui, e mi incontrerà alla Fonte”.    

Il terzo messaggio è rivolto alle [bandiere] nere del jihad nel Levante. A costoro dico: fratelli miei, eccola l’Arabia Saudita che uccide i combattenti e ha svelato un nuovo crimine commesso contro il jihad e i combattenti nell’interesse dell’America e di Israele. L’Arabia Saudita vi vuole come coloro che hanno combattuto i russi in Afghanistan ieri e oggi sono diventati agenti dell’America. Chi tra voi si compiace di questo?!

Sia lode a Dio, Signore dei mondi. 

La preghiera e la pace di Dio siano sul suo servo Muhammad, sulla sua famiglia e sui suoi compagni.

La pace, la misericordia e la benedizione di Dio siano su di voi.

sabato 23 gennaio 2016

Quei terroristi del deserto che si rifanno al medioevo del Maghreb

 Chi sono Aqmi e i Murabitun, all’origine dell’attacco in Burkina Faso

*Articolo scritto per Fondazione Oasis

Nonostante il Burkina Faso in passato fosse già stato teatro di attentati di piccole dimensioni e rapimenti di stranieri, azioni terroristiche come quelle che hanno insanguinato la capitale Ougadougou il 15 gennaio sono inedite. A poche ore dall’attentato, al-Qaida nel Maghreb islamico (Aqmi) ha rilasciato un primo comunicato, diffuso dal suo ente di comunicazione al-Andalus, in cui attribuiva l’operazione ai “cavalieri Murabitun”, suoi affiliati. I Murabitun hanno agito in Burkina Faso a nemmeno due mesi dall’attentato all’hotel Radisson di Bamako, in Mali.

Caffé Cappuccino, Ouagadougou


Gli anni del massacro in Algeria

La rivendicazione riaccende l’interesse sui rapporti che intercorrono tra Aqmi e la brigata Murabitun. Diversamente dalla galassia jihadista mediorientale in cui le alleanze tra gruppi sono più chiare, il caso del Sahara e del Sahel è complesso perché spesso i legami tra i gruppi sono instabili e volatili; le formazioni possono nascere e disgregarsi in pochi anni e poi dar vita a nuove organizzazioni, adattandosi alle necessità del momento e superando le differenze ideologiche. Le origini di Aqmi e dei Murabitun costituiscono un esempio di questa dinamica.

Aqmi si è costituita sulle ceneri del Gruppo Islamico Armato (Gia) algerino - negli anni 90 si era opposto alla leadership militare algerina che aveva impedito la vittoria elettorale degli islamisti - e del Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento (Gspc), creato nel 1998 da alcuni comandanti dal Gia fuoriusciti dall’organizzazione perché contrariati dall’eccessiva violenza perpetrata sui civili algerini. Benché all’inizio questo nuovo movimento avesse riscosso un certo successo di reclutamento, una campagna antiterrorismo del governo algerino nei primi anni del 2000 lo fece cadere in disgrazia. Fu allora che il Gspc dichiarò fedeltà ad al-Qaida, divenendo nel gennaio 2007 al-Qaida nel Maghreb islamico.

Nel corso del tempo al-Qaida nel Maghreb ha subito scissioni al suo interno: si sono formati altri gruppi e brigate, tra cui il Movimento per l’Unità e il Jihad in Africa Occidentale (Mujao) e la brigata al-Mulathamin (“i velati”), dalla cui unione nell’agosto 2013 è nata la brigata dei Murabitun, capeggiata dal famigerato Mokhtar Belmokhtar. I Murabitun hanno assunto il loro nome in ricordo dei guerrieri che nell’XI secolo diedero vita al sultanato berbero degli Almoravidi, in arabo appunto al-Murabitun. All’epoca i guerrieri vivevano nel ribât, il fortino al confine del Dar al-Islam, da dove conducevano il jihad in Africa e nella Spagna islamica. Il nome dell’organizzazione di Belmokhtar perciò vuol essere un segno di presunta continuità del jihad con l’antico impero almoravide.    

Mister Marlboro

Mokhtar Belmokhtar
Reduce del jihad che negli anni 80 aveva fatto convergere in Afghanistan migliaia di mujahidin per respingere l’invasione sovietica, e poi membro del Gia, l’algerino. Belmokhtar è considerato il signore indiscusso del jihad nel Sahara e nel Sahel. Terrorista e trafficante, finanzia le attività della sua brigata e di Aqmi con i traffici di sigarette – da qui gli deriva il soprannome “Mr. Marlboro” – armi, droga ed esseri umani, e con i soldi ottenuti dai riscatti pagati dai governi e dagli enti privati per la liberazione degli stranieri rapiti in loco. Nel 2012 il generale americano Carter Ham definiva Aqmi l’affiliato più ricco di al-Qaida.

Perché un attentato in Burkina Faso

Pochi giorni dopo l’attentato a Ougadougou, al-Qaida nel Maghreb ha diffuso un secondo comunicato, molto più esteso della prima dichiarazione. Nel documento, che si apre con un’immagine di tre giovani jihadisti autori dell’attentato, Aqmi si dilunga sulle ragioni dell’attacco, lancia un messaggio alla Francia e ai suoi alleati, e proclama la propria vicinanza ai mujahidin iracheni e palestinesi.

Obbiettivo degli attentatori – si legge – erano i “covi di crociati che depredano le nostre ricchezze, attentano al nostro onore e profanano le nostre cose sacre”. Il comunicato continua affermando che “Dopo lo studio, l’analisi, la raccolta di informazioni e la messa a punto degli obbiettivi, al-Qaida nei Paesi del Maghreb islamico ha colpito attraverso i suoi combattenti e i cavalieri migliori uno dei covi più pericolosi dello spionaggio mondiale in Africa occidentale – in particolare l’hotel Splendid e alcuni locali adiacenti nella capitale burkinabé Ougadougou, dalla quale è diretta la guerra all’Islam e in cui si sottoscrivono i contratti per depredare le risorse africane”.  

I “crociati” sono evidentemente i francesi, che dal 1896, anno in cui iniziarono la colonizzazione della regione, sono parte integrante della storia burkinabé. Anche in seguito all’indipendenza del Paese, concessa nel 1960, l’influenza francese non è mai cessata. Nell’ottobre 2014 quando il Presidente Blaise Campaoré è stato costretto alle dimissioni dalle proteste popolari dopo aver retto il Paese per ben 27 anni, i francesi hanno favorito il processo di transizione politica.

Quanto all’accusa di spionaggio, sarebbe un riferimento all’impegno dei francesi nella guerra al terrorismo in Africa occidentale. Dal gennaio 2013, per oltre un anno la Francia è stata impegnata nell’operazione Serval, che prevedeva il sostegno militare e logistico alle forze del governo del Mali per liberare il nord del Paese dall’occupazione dei ribelli jihadisti. A questa operazione, terminata il 15 luglio 2014, è seguita l’operazione Barkhane, che si prefiggeva di combattere i jihadisti del Sahel e riconfermava l’impegno militare francese in Africa occidentale. Il Burkina inoltre ospita sul suo territorio le forze speciali francesi che a novembre hanno liberato, assieme alle forze maliane, l’hotel Radisson a Bamako, attaccato dai jihadisti di Belmokhtar. 

Nel comunicato Aqmi accusa la Francia d’ingerenza e le attribuisce la responsabilità dello “spargimento di sangue dei suoi sudditi”. Riprendendo le parole di Osama bin Laden e Ayman al-Zawahiri, al-Qaida nel Maghreb lancia un monito alla Francia e ai suoi alleati avvisandoli di lasciare le terre islamiche se non vogliono che la sicurezza dei loro cittadini sia compromessa.

“Oggi la questione securitaria è una questione globale, non può essere considerata in modo parziale. O ci lasciate in pace nelle nostre terre o noi comprometteremo la vostra pace e quella dei vostri sudditi, così come voi compromettete la nostra. Al bene risponde il bene e colui che lo inizia è il più nobile, e al male risponde il male e colui che lo inizia è il più iniquo, come vi disse già il leone dell’Islam Osama bin Laden, e vi ha ripetuto il nostro emiro Ayman al-Zawahiri: ‘la sicurezza è un destino comune; se noi viviamo in sicurezza voi vivrete in sicurezza, se noi siamo in pace voi sarete in pace, ma se siamo colpiti e uccisi e Dio lo vuole, voi sarete colpiti e uccisi. Questa è la giusta reciprocità’”.

Sultanato almoravide, XII secolo
Nel comunicato compare inoltre un riferimento alla storia medievale del Maghreb. I combattenti jihadisti del Sahara e del Sahel si sono definiti “discendenti di Yusuf bin Tashfin”, primo sultano almoravide che regnò nel Maghreb al-Aqsa (l’attuale Marocco) dal 1089, e in al-Andalus (la Spagna musulmana) dal 1094. In quanto eredi della dinastia almoravide i combattenti sarebbero chiamati a vendicare il sovrano dell’undicesimo secolo: “I combattenti non dimenticano le offese ricevute e non si accontentano di una vita miserabile e meschina; sono risoluti a non riporre le loro spade finché la loro umma non tornerà a risplendere, e la croce e la miscredenza non saranno umiliate sotto i loro piedi”.

Questa “operazione benedetta” ricorda Aqmi, “non è altro che una goccia nel mare del jihad mondiale”. Il comunicato si conclude con un invito rivolto a tutti i mujahidin a “distruggere l’empietà sionista, crociata e sciita”, e un’esortazione rivolta specificamente ai sunniti del Levante e in particolare dell’Iraq “a schierarsi uniti di fronte ai complotti internazionali contro il jihad, e a mettere in pratica la parola del loro Signore: ‘Afferratevi tutti alla fune di Dio, non disperdetevi’ (Cor. 3,103)”.

venerdì 15 gennaio 2016

Attentato a Giacarta: testo di rivendicazione dell’Isis

A poche ore dall’attentato che il 14 gennaio 2016 ha insanguinato la capitale indonesiana, lo Stato Islamico ha diffuso il comunicato in cui rivendica gli attacchi. Di seguito la traduzione del comunicato. 


Testo della rivendicazione


3 Rabȋ‘ al-thânî 1437

Nel corso di un’operazione di sicurezza alcuni soldati del califfato hanno preso di mira un gruppo di sudditi della coalizione crociata (che combatte lo Stato Islamico) in Indonesia, nella città di Giacarta. Alcune bombe sono esplose in concomitanza con l’attacco di quattro soldati del califfato – che Dio li accolga – con armi leggere e cinture esplosive. L’operazione ha portato all’uccisione e al ferimento di circa quindici infedeli crociati insieme agli apostati incaricati di proteggerli. Sappiano i sudditi della coalizione crociata che, se Dio lo vuole, da oggi in avanti non vi sarà pace per loro nelle terre musulmane, «ché Dio vince sempre nell’eseguire il Suo Piano, ma i più, fra gli uomini, non lo sanno» (Cor. 12,21).


mercoledì 30 dicembre 2015

Al-Azhar propone un ente anti-estremismo e l’Iran parla di “correzione dell’immagine dell’Islam"

Rassegna della Stampa araba

Al-Azhar invita a costituire un ente intellettuale formato da ulama, a sostegno della coalizione islamica

di Walîd ‘Abd al-Rahmȃn, al-Sharq al-Awsat, 22 dicembre 2015

In occasione della celebrazione del Mawlid al-Nabî [anniversario della nascita del Profeta], lo shaykh di al-Azhar, Ahmad al-Tayyib, ha dichiarato che l’estremismo, il terrorismo e il fanatismo non si combattono solamente sul piano securitario e militare ma anche intellettuale e culturale, ciò che consente di distruggere il pensiero estremista che soggiace alle esplosioni, alla distruzione, al terrorismo e alle azioni violente. Al-Tayyib ha invitato a creare un ente costituito da ulama che non abbiamo mai sostenuto il pensiero estremista né emanato fatwe fondamentaliste, e che partecipi alla diffusione della sicurezza e della pace. Questo ente sarà un sostegno intellettuale all’alleanza islamica annunciata recentemente dall’Arabia Saudita. […]

Ibrâhîm Najd, portavoce del muftì, ha dichiarato che l’Osservatorio delle fatwe takfiriste del Consiglio dei muftì ha pubblicato il primo libro di una collana pensata per fronteggiare i gruppi takfiristi e fondamentalisti, dal titolo Daesh, le origini, i crimini e l’opposizione. Il libro – ha spiegato – si divide in sei capitoli. Il primo chiarisce alcune nozioni e termini tecnici islamici che si prestano a essere storpiati dalle organizzazioni violente e takfiriste, tra cui le nozioni di “dȃr al-harb e dȃr al-islȃm” (dove dȃr al-islȃm sono i territori sotto l’Islam e dȃr al-harb – letteralmente la casa della guerra - è tutto quello che non lo è, ndr) “hijra” (l’esodo) e “jihȃd”. Il secondo capitolo è dedicato alla nascita delle organizzazioni takfiriste, ai loro fondamenti concettuali e agli accordi che tali organizzazioni hanno sottoscritto tra loro nel corso della storia […]. Il terzo considera la condotta criminale delle organizzazioni che, sgozzando gli oppositori e i prigionieri di guerra, presenta la storia del sacrificio come si è sviluppato nelle organizzazioni takfiriste, le ragioni che hanno spinto Daesh a produrre la dottrina del sacrificio (‘aqîda al-dhabah) e le loro interpretazioni errate degli hadîth che raccontano le battaglie […]. Il quarto considera le violazioni e lo sfruttamento della donna per soddisfare desideri e obbiettivi terreni che nulla hanno a che vedere con l’Islam; il quinto capitolo tratta dello sfruttamento dei bambini […], della loro vendita come schiavi al mercato, del loro addestramento nei campi e del loro utilizzo come corpi-bombe. […]Infine, il capitolo sesto fa luce sulle operazioni suicide, sui fattori dottrinali, psicologici e sociali, sulle fatwe takfiriste e sulle ragioni per cui Daesh e le altre organizzazioni terroristiche e takfiriste hanno deviato dalla tradizione per quanto riguarda il significato di “jihȃd”.


La libertà della stampa in Egitto
Al-Quds, 16 dicembre 2015













Rouhani esorta i Paesi islamici a “correggere l’immagine dell’Islam”
di al-Hayât, 27 dicembre 2015 

Il presidente iraniano Hassan Rouhani ha dichiarato che sui Paesi islamici grava “l’enorme responsabilità” di “correggere l’immagine dell’Islam nell’opinione pubblica mondiale”. Nel discorso pronunciato a Teheran in occasione dell’apertura della conferenza internazionale dedicata alla “crisi del mondo islamico contemporaneo” ha detto che “spetta ai musulmani oggi eliminare l’immagine negativa dell’Islam”.

Ha inoltre aggiunto che “purtroppo l’84 per cento della violenza, del terrorismo e delle stragi si verificano nel mondo islamico, in Africa, nel Nord Africa, in Medio Oriente e nell’Asia occidentale, e noi dobbiamo combattere l’ideologia e il discorso della violenza diffusi da gruppi estremisti come l’organizzazione dello Stato islamico”. Rouhani ha sottolineato “la necessità di unità e solidarietà tra i musulmani” e ha esortato “tutti i Paesi musulmani della regione e non soltanto a lavorare in questa direzione”. 

Ha aggiunto che “gruppi come Daesh riescono a reclutare combattenti sfruttando la povertà materiale e culturale, che devono perciò essere sradicate dalla società islamica”. “Non è possibile eliminare il terrore e il terrorismo con le bombe” perché a beneficiare dei conflitti nella regione sono “Israele e i nemici dei musulmani”.


Bombardamenti, attacchi ed esplosioni in Siria
Al-Quds, 21 dicembre 2015












L’imamato di Baghdadi e Nasrallah

Di Mishâri al-Dhâydî, Al-Arabiyya, 28 dicembre 2015


[…]“Baghdadi di Daesh” e “Nasrallah dell’Iran” si somigliano molto nei comportamenti, nelle tattiche e nelle tempistiche, nel colore nero dei loro abiti e turbanti, così come nella discendenza alide che vantano entrambi, che è il segno distintivo del “comandante dei credenti” nel caso del “califfo di Daesh”, o del suo rappresentante [del “comandante dei credenti” = Ali Khamenei, ndr] nel caso di Hassan Nasrallah. 

Recentemente “Daesh” ha perso molto a causa dei bombardamenti e soprattutto dopo che è stato privato dell’arteria petrolifera rubata all’Iraq e alla Siria. Anche Nasrallah e la sua nutrice iraniana hanno perso molto in Siria, soprattutto ufficiali della Guardia della Rivoluzione iraniana, ma anche il meglio delle forze di Hezbollah, e la carta “drusa” che era a servizio dell’immagine del Partito iraniano, ovvero Samîr al-Quntȃr, ucciso durante un raid – russo a quanto si dice – in territorio siriano. 


Ma le somiglianze non finiscono qui. Il califfo di “Daesh” condivide con il rappresentante di Khamenei – “il custode dei musulmani”, Hassan Nasrallah, l’odio per l’Arabia Saudita, definita da quest’ultimo “l’essenza del male” nella regione, una visione condivisa anche dal califfo di “Daesh” Ibrahim Awad, o Abu Bakr al-Baghdadi. Per questa ragione il califfo ha riservato una parte del suo ultimo sermone agli attacchi all’Arabia Saudita, che ha assunto la leadership della coalizione islamica militare, securitaria e intellettuale contro il terrorismo.  


Al-Baghdadi ha definito la coalizione islamica militare contro il terrorismo un’alleanza crociata e infedele, e ha incitato i suoi seguaci a compiere operazioni in territorio saudita. Analogamente sta facendo Hezbollah, che colpisce formazioni saudite, bahrenite e yemenite […].



La Turchia e Israele verso la firma di un accordo per normalizzare le loro relazioni
Al-Quds, 18 dicembre 2015



martedì 22 dicembre 2015

Quali sono le "province" di Isis

*Articolo pubblicato originariamente su www.fondazioneoasis.org

Nel tentativo di accreditarsi come entità statale, il gruppo ha diviso territori che occupa e altri che non controlla in wilâyat, ispirandosi agli antichi califfati

Fonte: Intelcenter.com
Le "province" di Isis. Fonte: Intelcenter.com

Le zone in Iraq su cui si estende il “califfato” comprendono alcune province effettive, al-Anbâr, Diyâlâ, Salâh al-Dîn, al-Furât (le zone tra la Siria e l’Iraq lungo il fiume Eufrate), al-Fallûja, Nînawâ (Ninive), al-Jazîra, Dijla (il Tigri), e altre puramente virtuali perché in realtà controllate dal governo di Baghdad (al-Janûb, “il sud”, e Baghdad) o dai curdi (Kirkûk). 

In Siria, invece, lo Stato Islamico ha istituito le province di Aleppo, al-Raqqa (la capitale de facto), al-Khayr (originariamente la provincia di Deir Ezzor), al-Baraka (originariamente al-Hasaka), al-Bâdya (originariamente Homs) e Damasco. Anche in questo caso alcune province sono virtuali perché in realtà controllate dal governo di Damasco tra cui, per l’appunto, la provincia stessa di Damasco, o contese con altre forze ribelli. Tale divisione “amministrativa”, aggiornata al 17 dicembre 2015, è in continua evoluzione: alcune province proclamate nel 2014 oggi non esistono più (es. la provincia di al-Sâhil – il litorale, nella zona di Latakia in Siria), mentre altre sono state ulteriormente divise (es. la provincia di Nînawâ in Iraq è stata divisa in tre province: Nînawâ, al-Jazîra e Dijla).

Lo Stato Islamico ha inoltre riconosciuto altre dieci province al di fuori dell’Iraq e della Siria, in Libia, Egitto, Algeria, Nigeria, Yemen, Arabia Saudita, Russia, Afghanistan e Pakistan. Di queste province, soltanto una parte di quelle libiche e quella sita in Nigeria esercitano un controllo effettivo del territorio. Oltre queste wilâyât, molte altre organizzazioni hanno giurato fedeltà ad Abu Bakr al-Baghdadi ma senza essere a loro volta riconosciute da parte di quest’ultimo. Infine vi sono alcuni gruppi che hanno dichiarato il loro sostegno allo Stato Islamico ma non giurato fedeltà al “califfo”.
Di seguito, una rassegna delle dieci provincie proclamate dallo Stato Islamico esterne al nucleo originario del “califfato” in Iraq e Siria. 

Libia

Wilâyat Barqa (Cirenaica)
Era il 10 novembre 2014 quando Abu Habeeb Al-Jazrawi, un saudita arrivato a Derna a metà settembre assieme ad altri mujahidin, dichiarava fedeltà al “califfo”. Il 13 novembre al-Baghdadi accoglieva la dichiarazione di fedeltà, facendo così nascere la provincia della Cirenaica, in arabo wilâyat Barqa – che deve la sua denominazione al nome dato alla regione orientale della Libia nel passaggio dal dominio romano a quello islamico. Secondo alcune fonti, la provincia conta 800 combattenti e gestisce una mezza dozzina di campi nei dintorni della città in cui si addestrano i combattenti provenienti dal Nord Africa. Il numero di militanti nella provincia è aumentato con il ritorno dalla Siria e dall’Iraq di oltre 300 jihadisti libici, che facevano parte della Brigata al-Battar, prima schierata a Deir Ezzor in Siria, poi a Mosul in Iraq. Una volta rientrati, i militanti si sono affiliati al Consiglio consultivo dei giovani dell’Islam, gruppo pro-Isis che si è formato a Derna nel marzo 2014. Hanno inoltre raggiunto la provincia di Barqa numerosi jihadisti tunisini fuggiti dalla Tunisia quando nel 2013 il governo ha bandito il movimento Ansar al-Sharia. 

Wilâyat Fazzân (Fezzan)
Poco si sa della provincia di Fezzan, nella Libia sud-occidentale. I militanti di questa wilâya desertica sono gli autori di attacchi contro i giacimenti di petrolio e rapimenti di operai. Uno dei comandanti dell’attacco al giacimento petrolifero di al-Mabrouk avvenuto a febbraio 2015 era un ex membro della brigata Tariq Bin Ziyad, gruppo affiliato ad al-Qaida nel Maghreb (Aqmi) guidato da Abdelhamid Abu Zayd, un terrorista e narcotrafficante di origini algerine, morto nel febbraio 2013 in Mali durante uno scontro tra guerriglieri islamisti e truppe francesi e ciadiane.  

Wilâyat Tarâbulus (Tripoli)
Come le altre due province libiche, anche la provincia di Tripoli ha ottenuto il riconoscimento del “califfo” il 13 novembre 2014. La wilâya ha la sua roccaforte nella città di Sirte, dove l’organizzazione Ansar al-Sharia ha dichiarato fedeltà ad al-Baghdadi, pur disertando poco tempo dopo. Il leader spirituale della provincia è Hassan Karami, noto anche come Abu Mu‘awiya al-Libi, mentre il governatore sarebbe un uomo di origine tunisina, Abu Talha al-Tunisi. I militanti della provincia hanno rivendicato l’attentato all’hotel Corinthia di Tripoli del 27 gennaio 2015.

Egitto

Wilâyat Sînâ’ (Sinai)
Il 10 novembre 2014, un jihadista non identificato dell’organizzazione Ansar Bayt al-Maqdis (Abm), attiva dal 2011 nella Penisola del Sinai, dichiarava fedeltà ad al-Baghdadi. In seguito il gruppo si è spaccato: Abm nella Valle del Nilo è infatti rimasto fedele ad al-Qaida. La provincia del Sinai è stata proclamata dal “califfo” pochi giorni dopo, il 13 novembre. Secondo le stime, i militanti della Provincia sono circa 1.000-1.500. Il gruppo ha rivendicato l’abbattimento dell’aereo russo avvenuto nel Sinai il 4 novembre 2015.

Algeria

Wilâyat al-Jazâ’ir (Algeria)
Il gruppo armato Jund al-Khilâfa (I soldati del califfato) si è staccato da al-Qaida nel Maghreb (Aqmi) e ha giurato fedeltà allo Stato Islamico il 10 settembre 2014. Khaled Abu Suleimane ha assunto la leadership del nuovo gruppo e in un video dichiarava rivolgendosi al “califfo”: “Nel Maghreb islamico ci sono uomini ai tuoi ordini”. La provincia d’Algeria è stata proclamata il 13 novembre 2014. I militanti della wilâya hanno rivendicato il rapimento e la decapitazione del francese Hervé Gourdel avvenuti a settembre 2014. L’organizzazione figura nella lista dei gruppi terroristici stilata dal Governo statunitense. 

Afghanistan e Pakistan

Wilâyat Khurâsân (Khorasan)
La Provincia del Khorasan, tra Afghanistan e Pakistan, è stata proclamata nel gennaio 2015. Nell’ottobre 2014, Hafiz Saeed Khan, un ex comandante del movimento Tehrik-e Taliban (TTP), giurava fedeltà al “califfo” in un video diffuso soltanto il 10 gennaio 2015 dal gruppo Khorasan Media, e che include la ripresa dell’esecuzione di un soldato pachistano. Il portavoce del gruppo è l’ex talebano pakistano Sheykh Maqbool, meglio noto con il nome di guerra Shahid Shahidullah

Russia

Wilâyat Qawqâz (Caucaso)
La Provincia del Caucaso è stata proclamata il 23 giugno 2015 (http://understandingwar.org/backgrounder/isis-declares-governorate-russia%E2%80%99s-north-caucasus-region) da Abu Monammed al-Adnani – portavoce dello Stato Islamico. L’annuncio è stato dato in seguito alla diffusione su Twitter di un messaggio audio in russo in cui i sostenitori di Isis nelle regioni del Daghestan, della Cecenia, dell’Inguscezia, e del KBK (Kabarda, Balkaria e Karachay) giuravano fedeltà ad al-Baghdadi. Tale annuncio ha di fatto posto l’Isis contro l’Emirato islamico del Caucaso (ICE), un affiliato di al-Qaida che dal 2007 opera nella regione montuosa della Russia sud-occidentale. Il leader della nuova provincia è Rustam Asilderov, uno degli ex capi dell’Emirato islamico del Caucaso. La Provincia del Caucaso ha rivendicato l’attacco a una base militare russa nel Dagestan meridionale, avvenuto il 2 settembre 2015. 

Nigeria

Wilâyat Gharb Ifrîqiyâ (Africa occidentale)
La Provincia dell’Africa occidentale (Iswap) è stata proclamata il 7 marzo 2015 dopo che, a febbraio Abubakr Shekau, leader di Boko Haram, aveva giurato fedeltà al “califfo”. Inizialmente, il gruppo ha continuato a utilizzare la sua denominazione ufficiale, Jama‘at Ahl al-Sunna li-d-da‘wa wa al-Jihad, più comunemente nota come Boko Haram, espressione che nella lingua locale Hausa significa “l’istruzione occidentale è proibita”. Secondo una stima di Amnesty International il gruppo è formato da circa 15.000 membri. 

Yemen

Wilâyat Yaman
La Provincia dello Yemen è stata proclamata il 13 novembre 2014. In Yemen lo Stato Islamico ha saputo sfruttare il vuoto di potere creatosi quando gli Houthi, sciiti zaiditi ribelli del Nord del Paese, hanno perso il controllo della capitale Sanaa alla fine del 2014, e il conflitto settario tra sunniti e sciiti. Diversamente dalle altre province, in questo caso al-Baghdadi non ha nominato ufficialmente un leader. Gli esperti l’hanno tuttavia identificato nella persona del saudita Abu Bilal al-Harbi. La Provincia è divisa in sei sotto-province, Sanaa, Ibb e Taiz, Lahij, Aden, Shabwa, Hadramawt e al-Bayda. 

Arabia Saudita

Wilâyat Najd (il Najd) e wilâyat Haramayn (le due Città sante)
La Provincia del Najd, nell’Arabia Saudita centrale, e la Provincia delle due Città sante, ovvero Mecca e Medina, sono state proclamate il 13 novembre 2014 quando i “Mujahidin della penisola araba” hanno giurato fedeltà allo Stato Islamico e accusato di apostasia i governanti sauditi. I militanti della Provincia del Najd hanno rivendicato l’attentato alle moschee sciite di Damman, capoluogo della Provincia orientale di al-Sharqiyya, del 29 maggio 2015, e quello, di poco precedente, del villaggio di al-Qadeeh, vicino ad al-Qatif. Il gruppo ha inoltre rivendicato l’attentato del 26 giugno 2015 alla moschea sciita a Kuwait City.

A giugno 2014 il gruppo terroristico dello Stato Islamico ha proclamato la restaurazione del “califfato” nelle zone da esso conquistate tra Siria e Iraq. A differenza di altri gruppi terroristici infatti, i jihadisti del “califfo” ambiscono a creare uno Stato. Nel tentativo di realizzare le proprie ambizioni, lo Stato Islamico ha istituito un sistema amministrativo che prevede la suddivisione del territorio in province, in arabo wilâyat, ispirandosi all’antica divisione del Califfato ottomano (1517-1924) e, prima ancora, dal Califfato abbaside (750-1258). L’istituzione delle province ha un valore soprattutto propagandistico, non corrispondendo a un’effettiva amministrazione burocratica dei territori da parte dello Stato Islamico né tantomeno all’erogazione di servizi alla popolazione.