sabato 22 aprile 2017

Jihadismo: l’ultimo totalitarismo del XX secolo

Recensione di David Bénichou, Farhad Khosrokhavar, Philippe Migaux, Le jihadisme. Le comprendre pour mieux le combattre, Plon, Paris 2015



Le jihadisme. Le comprendre pour mieux le combattre è un libro scritto a tre mani destinato a un pubblico generalista nel tentativo di offrire alcune coordinate che consentano ai cittadini europei di comprendere il fenomeno del jihadismo su tre livelli: storico, sociologico e giuridico. Philippe Migaux, esperto di sicurezza internazionale, offre una panoramica sulle origini storiche dell’ideologia jihadista, definita l’ultimo totalitarismo del XX secolo, e sul nuovo tipo di terrorismo che esso ha generato, ben diverso – tiene a precisare fin dalle prime pagine del libro – dal terrorismo rivoluzionario, che punta a cambiare radicalmente la forma di uno Stato (le Brigate Rosse nell’Italia degli anni ’70), dal terrorismo di liberazione, che reclama l’indipendenza di una parte del territorio dallo Stato (il Fronte di liberazione nazionale corso) o ancora dal terrorismo di Stato, che sostiene con mezzi illegali la diplomazia del governo (Siria, Iraq, Libia prima della guerra).

Migaux ripercorre brevemente le tappe della formazione del pensiero jihadista, dalla nascita del salafismo con Ibn Taymiyya (m. 1328) alla comparsa del wahhabismo teorizzato da Ibn ‘Abd al-Wahhāb (m. 1792) fino all’apparizione dei Fratelli musulmani in Egitto nel 1928, la cui elaborazione di un sistema globale fondato sulla religione avrebbe silenziosamente contribuito a modellare la pericolosa ideologia dello Stato Islamico. «Dio è il nostro obbiettivo, il messaggero di Dio la nostra guida, il Corano la nostra Costituzione, il jihad la nostra via […]», diceva Hassan al-Banna, fondatore della Fratellanza. Il pensiero politico di quest’ultimo, che ancora non prevedeva la lotta armata, fu successivamente radicalizzato da Sayyid Qutb il quale riattivò la nozione di jāhiliyya, l’ignoranza preislamica, applicandola alle società non islamiche o rette da governanti empi che era lecito combattere fino all’effusione del sangue, e la pratica del jihad per consentire all’Islam – spiega Migaux – di assicurarsi la leadership dell’umanità. A questo breve excursus storico segue un’utile panoramica sull’evoluzione della strategia jihadista.

Dalla dimensione storica del fenomeno si passa a quella sociologica, antropologica e psicologica con il contributo di Farhad Khosrokhavar, esperto franco-iraniano di Islam sciita ed europeo. La sua riflessione verte sul potere attrattivo che il jihad esercita tra i giovani musulmani in Europa, originando due diverse tipologie di attori: i giovani socialmente esclusi residenti nelle banlieue francesi o nei poor districts inglesi da un lato e, sempre più numerosi, gli adolescenti e i neo-convertiti della classe media. Per Khosrokhavar i giovani jihadisti europei sono attratti non tanto dall’Islam in sé, quanto da ciò che esso rappresenta: esso è diventato la «religione degli oppressi, e attrae tanto i giovani immigrati di seconda, terza o quarta generazione […] quanto i giovani convertiti della classe media, che trovano nell’Islam radicale una dimensione anti-imperialista incarnata negli anni ’70 dai movimenti di sinistra» (p. 269).

Il volume si chiude con un breve contributo di David Bénichou, giurista e vice-presidente del polo antiterrorismo del tribunale di Parigi, che affronta i risvolti giuridici del fatto jihadista, illustrando le 23 misure adottate in Francia nel 2014 per combattere le filiere siriane – rivelatesi evidentemente insufficienti alla luce degli attentati del 2015 – oltre a diverse altre questioni tra cui il cyber-terrorismo e la presa di ostaggi. Accanto a parti molto tecniche e documentate stridono però alcune considerazioni polemiche e provocatorie, che nulla aggiungono ai contenuti, ma alimentano in senso negativo la riflessione: il timore che la laïcité francese, conquistata dopo una lunga lotta di emancipazione dalla Chiesa, possa essere «svenduta alle correnti più estremiste e minoritarie dell’ultimo dei monoteismi» (p. 330).

Nel complesso tuttavia il volume è uno strumento utile e di valore per il lettore non specialista che intenda approfondire un fenomeno che lo riguarda sempre più da vicino.  

[Recensione pubblicata su Oasis n. 23 (giugno 2016)]




sabato 25 febbraio 2017

Marocco: l’apostata non rischia più la morte

Svolta degli ulema del regno: abbandonare l’Islam è una questione personale e non rappresenta un reato. Il tentativo di arginare gli estremismi

* Articolo scritto per Fondazione Oasis.

Liberi di abbandonare l’Islam senza rischiare la morte: è la svolta degli ulema del Marocco, i dotti religiosi. L’apostasia, in arabo “ridda, è da sempre un tema critico e molto dibattuto nel mondo musulmano. Nel diritto islamico infatti è considerata un reato punibile con la pena di morte. I due casi più noti in Occidente sono quello di Salmān Rushdie, autore del romanzo I versi satanici, che nel 1989 gli valse la fatwa con cui l’ayatollah Ruhollah Khomeini chiedeva di condannarlo a morte, e il caso di Nasr Hāmid Abū Zayd, intellettuale egiziano condannato nel 1995 per aver avanzato un’interpretazione storico-razionalistica del Corano. Si è poi rifugiato in Olanda.

Ciclicamente, intellettuali, ulema, giurisperiti e politici musulmani ritornano sulla domanda se l’apostata meriti un castigo terreno o se invece la punizione sia prerogativa esclusiva di Dio nell’aldilà. Se in molti momenti della storia è prevalsa la prima interpretazione, a questa oggi se ne affiancano altre, che mettono in discussione la pena tradizionalmente comminata all’apostata (murtadd), ma anche il significato stesso del termine.

In questo senso sono inedite le dichiarazioni rilasciate solo pochi giorni fa dal Consiglio scientifico superiore del ministero degli Habous (Affari religiosi) marocchino che, in Sabīl al-‘ulamā’ (La via degli ulema), volume di oltre 150 pagine, prende le distanze dalla tradizionale accezione di apostasia e dalla pena prevista per questo reato. Secondo questo documento Murtadd non sarebbe infatti chi abbandona l’Islam a favore di un’altra religione, ma chi tradisce il proprio gruppo di appartenenza.

«La comprensione più corretta della questione dell’apostasia risiede nello spirito della tradizione e della biografia del Profeta, che per apostata intende il traditore del gruppo (khā’in al-jamā‘), colui che ne rivela i segreti e lo danneggia facendosi forza dei suoi avversari, ciò che è equiparabile all’alto tradimento per le leggi internazionali» si legge nel documento. La commissione di fatto propone una nuova interpretazione dei due hadīth (detti del Profeta) tradizionalmente citati a sostegno dell’apostasia, calandoli nelle circostanze storiche in cui sarebbero stati rivelati: “Chi cambia la sua religione, uccidetelo”, e “Chi abbandona la religione è colui che si stacca dal gruppo”. In un contesto di guerre endemiche qual era il periodo in cui nacque l’Islam – spiega il documento – abbandonare i musulmani significava unirsi ai miscredenti. L’apostasia era perciò di natura politica, non dottrinaria.

Ulema marocchini

Secondo gli ulema, quest’accezione di apostasia sarebbe evidente in alcuni fatti storici dell’epoca. Abū Bakr, il primo dei quattro Califfi ben guidati, il quale secondo la tradizione era solito muovere guerra contro gli apostati intesi come traditori politici, perché, rifiutando di sottomettersi all’imam, dividevano l’unità del gruppo e inficiavano la comprensione della religione distruggendone i pilastri.

Quanto alla pena da comminare agli apostati, l’accordo di Hudaybiyya – spiegano gli ulema – prevedeva che chi si fosse convertito all’Islam e in seguito fosse tornato (irtadda) alla tribù dei Quraysh non avrebbe più dovuto essere cercato dai musulmani, mentre i miscredenti che avessero voluto unirsi ai musulmani sarebbero stati accolti nella umma. Che infliggere la morte non sia lecito sarebbe evidente anche in un hadīth successivo, rivelato dopo che un beduino convertitosi all’Islam tornò sui suoi passi chiedendo di poter annullare la sua professione di fede (shahāda). Secondo la tradizione il Profeta accolse la richiesta senza fare alcun male al uomo e poi rivelò il detto seguente: «Medina è come il mantice, espelle la sua malvagità e fa risplendere il buono».

Un’ulteriore evidenza dell’illiceità della pena di morte sarebbe un passo coranico nella sura della Vacca: “Quanto a quelli di voi che avranno abbandonato la fede e saran morti negando, vane saranno tutte le opere loro in questo mondo e nell’altro, e saranno dannati al fuoco, dove rimarranno in eterno” (2,217).
In definitiva, secondo il ministero degli Affari religiosi non c’è apostasia se chi abbandona l’Islam lo fa senza minacciare la coesione della comunità.

Questo passaggio dalla dimensione religiosa a quella politica costituisce peraltro un superamento della posizione assunta dagli stessi Habous nel 2012 – anno a cui risale la fatwa in cui il ministero marocchino confermava la pena di morte per gli apostati dell’Islam – e sarebbe stato imposto dalle nuove condizioni che oggi l’Islam vive a causa dei gruppi estremisti, che giustificano atti di violenza e sangue abusando della tradizione decontestualizzandola. Dal Marocco all’Egitto, diverse istituzioni islamiche tradizionali in questo momento storico collaborano con i governi per rafforzare un approccio meno letterale dei testi in funzione anti-fondamentalista. Occorrerà adesso capire dove poterà in concreto la svolta degli ulema marocchini: il diritto penale marocchino già non prevedeva la pena di morte per l'apostata e si apre adesso la questione di chi deciderà caso per caso se l'apostasia è politica o religiosa.

La decisione degli ulema marocchini rappresenta una posizione condivisa da molti pensatori musulmani riformisti, ma che per la prima volta è fatta propria in maniera così esplicita da una istituzione religiosa ufficiale.

Per esempio, dopo le rivoluzioni arabe del 2011, anche al-Azhar, tra le più prestigiose istituzioni dell’Islam sunnita, ha pubblicato una importante dichiarazione sull’ordinamento delle libertà fondamentali, tra le quali menzionava la libertà di credo, ma senza fare riferimenti alla questione dell’apostasia, lasciando di fatto la questione in sospeso.


La via scelta dagli ulema marocchini si colloca a metà strada tra due estremi. Da un lato vi è chi, come l’intellettuale l’egiziano Ahmad Subhī Mansūr, rifiuta l’autenticità degli hadīth  su cui si fonda la pena prevista per l’apostata e rimanda alla disciplina prevista dal Corano, che riserva a Dio il giudizio su chi abbandona l’Islam. Dall’altro chi invece, rifacendosi alla dottrina tradizionale e adottando un approccio letterale ai testi, vorrebbe continuare a punire l’apostata con la morte, come indicato nei due hadīth. Gli ulema marocchini non mettono in discussione la bontà della tradizione testuale, ma vi si accostano con una lettura contestuale.

martedì 27 dicembre 2016

Quei terroristi che ignorano la tradizione islamica

*Articolo pubblicato originariamente su www.fondazioneoasis.org

Giordania, Berlino, Ankara e Zurigo: gli attentatori agiscono in nome di una religione che non conoscono

Berlino, Ankara, Zurigo e al-Karak, in Giordania. Quattro attentati, quattro obbiettivi diversi e altrettante diverse modalità di azione, ma un solo punto di convergenza: uccidere in nome dell’Islam. Si tratta tuttavia di una interpretazione distorta della religione islamica, come ha spiegato a Oasis Roman Caillet, esperto francese di salafismo, che in passato ha preso posizione a favore di istanze jihadiste per poi dissociarsene pubblicamente, non senza creare molte controversie in patria. Caillet cura il blog Jihadologie sul sito del quotidiano francese Libération.

Mevlüt Mert Altıntaş, autore dell'attentato all'ambasciatore russo ad Ankara

Nel video diffuso dai mass media dell’attentato all’ambasciatore russo Andrej Karlov, ucciso ad Ankara il 19 dicembre in un attacco non ancora rivendicato, si sente il giovane attentatore declamare in arabo un detto del profeta dell’Islam: Noi siamo coloro che hanno giurato fedeltà a Muhammad per il jihad [nahnu alladhīna bāya‘ū Muhammad ‘alā al-jihād]”. Si tratta qui di un hadīth collegato al versetto coranico che recita “O profeta, incita alla battaglia i credenti” (8,66) e contenuto nella raccolta canonica di al-Bukhārī. “Nel corso della storia – spiega Romain Caillet – questo detto è stato molto citato. Oggi è menzionato un po’ da tutti, non soltanto dai jihadisti, ma anche dai Fratelli musulmani e da Hamas”. Come del resto molti altri detti del Profeta dell’Islam, anche questo hadīth è stato più volte riproposto in diversi nashīd, gli inni di battaglia dei jihadisti, al punto che, ricorda Caillet, la maggior parte dei militanti lo conosce soltanto attraverso di essi e ignora che si tratta in realtà di un hadīth. Questa diffusa difficoltà a risalire alle origini delle espressioni utilizzate nelle rivendicazioni degli attentati o nei video testimonia già da sé una conoscenza superficiale della religione in nome della quale i jihadisti agiscono.

L’attentato all’ambasciatore russo è anche prova di interpretazioni estemporanee e contrarie alla Tradizione e di un uso distorto della legge islamica. “Il diritto islamico – spiega Romain Caillet – vieta l’uccisione di ambasciatori e messaggeri che si trovino in terra d’Islam. È un concetto nato in epoca medievale. Il messaggero giungeva nelle terre islamiche in sella al suo cavallo e recava un messaggio alle autorità musulmane. Che il suo sangue non fosse lecito era espresso a chiare lettere anche nei testi fondamentalisti”.

Nonostante questo, l’attentato all’ambasciatore russo – dice Caillet – ha suscitato in seno alla galassia salafita reazioni diverse e contrarie. Se i salafiti quietisti hanno condannato l’assassinio in nome della norma giuridica che vieta di uccidere gli ambasciatori, i jihadisti qaedisti hanno esultato considerando lecita questa pratica perché non ritengono la Turchia “terra d’Islam” e il suo presidente, Recep Tayyip Erdogan, un’autorità musulmana. Secondo alcuni di loro, se l’ambasciatore si fosse trovato nello Stato Islamico non avrebbe potuto essere ucciso, ma siccome si trovava in un Paese retto da un regime apostata, ucciderlo è stato lecito”. “Tra questi ultimi, un saudita ha pubblicato un video annunciando che avrebbe fatto la ‘umra, il piccolo pellegrinaggio alla Mecca, per l’anima dell’eroe che ha ucciso l’ambasciatore” – racconta Caillet.

martedì 19 luglio 2016

Perché il golpe in Turchia è fallito

[Voci dal mondo arabo]

Che cosa scrivono i giornali arabi del colpo di Stato fallito in Turchia

Turchia: perché il golpe del 2016 è fallito?

Al-Safir, 18 luglio 2016. Di Mustafa al-Libad

[…] Il quinto colpo di Stato in Turchia è fallito contrariamente ai quattro golpe precedenti (1960,1971,1980 e 1997). [Le ragioni] di questo fallimento risiedono nel fatto che non si sono verificate le condizioni necessarie alla buona riuscita. […] Dopo il fallimento del golpe, come d’abitudine, nella nostra zona è andata diffondendosi la “teoria del complotto”. In sostanza, lo stesso Erdoğan avrebbe ideato il colpo di Stato per liquidare gli avversari. Questa teoria è improbabile. Quella turca infatti è una società complessa a cui mal si adatta una visione così semplicistica delle cose, oltre al fatto che Erdoğan è nella lista dei perdenti nonostante il golpe sia fallito. Fatti salvi il tempo e il luogo, il fallito golpe turco del 2016 può essere paragonato al golpe russo, anch’esso fallito, del 1991. In Russia Gorbaciov non ha avuto alcun vantaggio nonostante il fallimento del colpo di Stato. Boris Eltsin ne ha tratto vantaggio, e l’Unione Sovietica si è disintegrata.

Gli otto requisiti mancanti

[…] Nel recente colpo di stato è mancata l’unità nelle istituzioni militari. Probabilmente, la notizia precoce del colpo di stato e il sequestro del capo di Stato maggiore Hulusi Acar erano indizi evidenti del contrasto tra i golpisti e la leadership dell’esercito. Vale la pena ricordare che la carica di ministro della difesa in Turchia, attualmente affidata al generale Fikri Işık è una carica politica, mentre la carica militare più altra rimane il capo di Stato maggiore dell’esercito turco. […]

Il secondo requisito assente è la presenza di figure militari di primo piano come leader del golpe, come avvenne con la nomina del generale Cemal Gürsel nel 1960, con il Capo di Stato Maggiore generale Mamdou Tagmac nel 1971, con il Capo di Stato maggiore generale Kenan Evren nel 1980, e con una serie di alti ufficiali turchi nel 1997 primi fra i quali i generali İsmail Hakkı Karadayı, Çevik Bir e Çetin Doğan. Nel golpe recente sono emersi i nomi dell’ex Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Akın Öztürk, del colonnello Muharram Kusa consigliere del Capo di Stato Maggiore, e quello di Öztürk Hakan Karakuş pilota di grado medio. […] Il confronto tra i nomi e i gradi di questi ultimi e quelli degli alti ufficiali dei golpe riusciti è un prova chiara della mancanza di questo secondo requisito. 

Il terzo requisito che è mancato nel recente colpo di stato è il sostegno popolare. I quattro golpe riusciti in Turchia si erano infatti distinti per l’adesione dei gruppi e dei partiti politici in un contesto di ampia polarizzazione politica. Per quanto nella Turchia contemporanea vi sia una polarizzazione politica importante il rifiuto, fin dall’inizio, del colpo di stato da parte dei tre partiti di opposizione (il “Partito popolare repubblicano” laico, il “Partito democratico del popolo” curdo e il “Partito del movimento nazionalista” di destra) ha contribuito notevolmente a delegittimarlo. 

Il quarto requisito assente è il controllo da parte dei golpisti del governo, del parlamento e dei simboli del governo eletto. […]

La quinta condizione che non si è verificata nel recente colpo di stato è il controllo da parte dei golpisti dei mezzi di comunicazione. Il “primo annuncio” del golpe è stato dato da una delle presentatrici del canale TRT, lo stesso che poi ha annunciato il fallimento del golpe dopo che i golpisti sono stati fatti evacuare dalla sede della TV. 

La sesta condizione per il successo di un golpe in Turchia è l’identificazione dei golpisti nell’ideologia kemalista laica, che vede nell’esercito il protettore della Repubblica. Ciò è evidente nel discorso che i golpisti utilizzano per influenzare l’opinione pubblica turca. Rispetto alla “prima dichiarazione” dei quattro golpe riusciti, la “prima dichiarazione” del colpo di stato fallito era priva di quel contenuto ideologico, nonostante la ripresa di alcune frasi in stile Atatürk come “pace all’interno e all’esterno” e “difesa della laicità” […]

La settima condizione che consente la buona riuscita di un golpe è un coordinamento preventivo tra i golpisti e i rami "profondi dello Stato" ovvero la polizia, la magistratura e i media, ciò che è mancato nell’ultimo golpe. […]

Infine, a fare la differenza in questo ultimo golpe rispetto ai precedenti è stato lo scarso numero di soldati che hanno preso parte al colpo di Stato […].

Vignetta di al-Quds al-Arabi, 16 luglio 2016




Ha vinto Erdogan?

Al-Masri al-Youm, 18 luglio 2016. Di Amr al-Shubaki

[…] Nonostante la crudeltà di alcune scene turche nel giorno del colpo di stato, la domanda più importante, che esula dalle teorie sciocche secondo le quali Erdoğan avrebbe organizzato un colpo di stato per sbarazzarsi dei comandanti dell’esercito (la verità è che i comandanti stavano dalla sua parte, e chi ha organizzato il colpo di stato erano per lo più colonnelli insieme a non più di cinque generali), riguarda il futuro di Erdoğan e se per quest’ultimo la battaglia sia o meno un trionfo politicamente parlando. 

Nei confronti di chi ha partecipato al golpe Erdoğan agirà con lo stesso spirito di vendetta che era solito mettere in campo contro la dissidenza? Si troverà forse a combattere una nuova battaglia contro le istituzioni statali, l’esercito in primis – una battaglia iniziata con la destituzione di oltre 2000 giudici, e processerà i loro omologhi dell’esercito?

La verità è che Erdoğan è uscito più forte dal tentativo fallito di golpe, ma la sua è una forza temporanea. Qualcosa infatti si è spezzato, la convinzione cioè che nessuno sarebbe riuscito a sottrargli il potere, per poi scoprire improvvisamente che nel suo esercito c’è una corrente che gli si rivolta contro, desiderosa di annientarlo.  

Quello che è certo è che il regime di Erdoğan è il primo responsabile della divisione sociale che sta conoscendo la Turchia, e che la campagna lanciata contro i suoi avversari, in particolare i giovani di tutte le correnti, la stampa, Facebook e i social media, è la guerra condotta da un sistema autoritario contro tutti i dissidenti. Poi è arrivato il giorno in cui proprio questi strumenti di cui aveva decretato la chiusura e attraverso cui ha dissuaso dal colpo di stato lanciando il messaggio su Twitter in cui chiedeva ai sostenitori di scendere in strada, l’hanno salvato. […]

martedì 12 luglio 2016

Il terrorismo nei luoghi sacri

[Voci dal mondo arabo]

Come ha reagito la stampa araba agli attentati di Medina

Al-Masri al-Youm, 6 luglio 2016. Di Amr al-Shubaki

Se un attentatore suicida dell’Isis prende di mira le forze di sicurezza saudite durante il mese sacro, nel momento dell’appello alla preghiera del tramonto, e per di più nei pressi della tomba dell’Inviato (Maometto, Ndt) significa che siamo di fronte a una metamorfosi delle operazioni terroristiche. Nell’impatto quattro uomini della sicurezza hanno perso la vita, una scena che ha urtato i sentimenti religiosi di ogni musulmano oltre a quelli umani. Chi ha chiuso gli occhi davanti ai crimini dell’Isis perché questo prende di mira altre confessioni e religioni è complice quanto il kamikaze; i crimini che questa organizzazione commette contro gli arabi e i musulmani sunniti sono infatti maggiori di quelli che commette contro i musulmani sciiti o i non-musulmani. Chi è rimasto in silenzio di fronte all’esplosione avvenuta nel quartiere di Karrada a Baghdad, che ha provocato oltre 130 vittime, per lo più sciite, e ha pensato che ciò che è accaduto ad al-Qatif, a maggioranza sciita, non si sarebbe ripetuto a Medina o a Mecca è altrettanto colpevole, perché il terrorismo dell’Isis è un terrorismo assassino e i criminali non hanno patria, religione né confessione.

Un attentatore che si fa esplodere vicino alla moschea del Profeta riflette la trasformazione dei gruppi terroristici e il passaggio dalla fase del gruppo jihadista che accusa di miscredenza (takfīr) un governante o un sistema, ma limita l’uccisione dei semplici civili (come la Jamā‘at al-Islāmiyya e il Tanzīm al-Jihād in Egitto) e non compie operazioni suicide, alla fase dei gruppi takfiristi che non pongono alcun limite all’uccisione e allo sgozzamento quotidiani, come avviene in Iraq, Siria, Egitto, Tunisia, Francia, Turchia e America fino ad arrivare al cuore delle terre sacre dei musulmani, Medina.     

La metamorfosi dei gruppi terroristici è iniziata probabilmente dopo gli attacchi dell’11 settembre e la guerra dell’America al terrorismo, che ha favorito la diffusione di quest’ultimo. All’epoca comparve una nuova specie di terroristi, diversi rispetto ai vecchi terroristi. I nuovi erano in parte utenti dei social network, ma provenivano perlopiù da organizzazioni ideologiche che hanno banalizzato le norme relative a “dār kufr (casa della miscredenza)”, “dār ridda (casa dell’apostasia)”, “dār Islām (casa dell’Islam)”, “dār da‘wa (casa della Chiamata)”… fino a compiere operazioni terroristiche nei pressi della tomba del Profeta dell’Islam. 

I gruppi terroristici sono passati dal conflitto contro il potere interno con l’obbiettivo di farlo cadere e realizzare il loro progetto islamista, alla vendetta contro il mondo e l’umanità, nonostante sappiano bene di non essere capaci di far cadere un regime né in Medio-Oriente né in Occidente ma solamente di cercar vendetta contro il sistema, democratico o autoritario, e contro il popolo, musulmano o non-musulmano. Questi gruppi infatti sono cresciuti a suon di slogan superficiali e takfiristi che si ripetono sui social network, e che in poche settimane preparano giovani frustrati a intraprendere operazioni suicide, sconosciute alle organizzazioni jihadiste del secolo scorso.   

L’Iraq e la Siria sono diventati le nutrici per eccellenza del nuovo terrorismo perché offrono un ambiente fertile che attrae persone frustrate, mosse dal desiderio di sopraffazione, vendetta e denaro, e prive di formazione dottrinale. A un giovane del Tanzīm al-Jihad e della Jamā‘at Islāmiyya occorrevano anni di preparazione psicologica, dottrinale e religiosa prima di imbracciare un’arma e uccidere una persona. Ora invece un giovane è pronto a prendere le armi in pochi giorni e in poche settimane a compiere un attentato. Questo perché non è guidato da moventi propriamente dottrinali, ma dalla vendetta e dall’emarginazione e, a volte, dal denaro, benché questi siano riempiti di termini religiosi.

I sociologi e gli psicologi, e non solo gli esperti della sicurezza, dovrebbero studiare a fondo i moventi dell’attentatore suicida di Medina. Egli è parte di un’organizzazione che odia l’Islam e i musulmani e combatte tanto i sunniti quanto gli sciiti. Dio abbia pietà dei martiri del terrorismo in Arabia Saudita e in tutto il mondo.  

(Traduzione di Chiara Pellegrino per Fondazione Oasis)


mercoledì 6 luglio 2016

ISIS è “sintomo di una malattia, non la malattia stessa”

[Voci dal mondo arabo]


Breve rassegna della stampa araba



Al-Hayat, 4 luglio 2016. Di Jihad al-Khazin

Noi siamo una umma che si suicida ogni giorno, che trova sempre un nuovo modo di suicidarsi, lo sperimenta e il giorno successivo passa a un altro. Chi non è morto di spada è morto di qualcos’altro, e a noi non resta che dare l’annuncio del decesso e poi le disposizioni per la sepoltura. Se la decisione spettasse a me, porterei i cadaveri in una fornace come fanno in Occidente per far sì che la umma diventi polvere dispersa anziché una tomba sulla quale i nemici scrivono parole di vendetta e gioia maligna. 
È finito il tempo della rinascita araba (nahda); a una generazione ne è succeduta un’altra, siamo passati dalla catastrofe (nakba) alla disfatta (naksa), e i sogni di unità, prosperità e pace sono andati perduti. Alla pace è seguita la sottomissione, e nessuno ci ha voluti. Abbiamo mendicato un futuro migliore dai Paesi che ci hanno colonizzato, rubato il passato e il presente e poi abbandonati sulla via dell’annichilimento. Nel momento in cui nessuno ci ha considerati, ci siamo rivolti gli uni contro gli altri, ci siamo uccisi a vicenda e abbiamo distrutto il futuro come nessun nemico ha mai fatto. Poi abbiamo accusato un nemico inesistente attribuendogli la responsabilità per ciò che abbiamo commesso noi. 
Una nazione verso l’annichilimento, che non sa fare altro che cantare e danzare sulle tombe delle vittime. Perché abbiamo lasciato una discendenza? Perché abbiamo tanto desiderato mettere al mondo i figli? Per gettarli nella pattumiera della storia? Che cosa diranno dei padri i figli quando cresceranno? Cresceranno o saranno mangiati dai pesci del mare? 
Dopo Farouq Umar [bin al-Khattab, secondo califfo ben guidato, Ndt], Mu‘ammar Gheddafi. Dopo Khalid bin al-Walid [ibn al-Mughira, condottiero arabo delle origini, Ndt], Saddam Hussein. Dopo Muhammad ‘Abduh e Jamal al-Din al-Afghani, al-Zarqawi e al-Baghdadi. Dov’è il “sostegno sicuro” [Corano 2,257 e 31,21, Ndt]? Si troverà un giorno? Abbiamo gettato le basi dell’astronomia e abbiamo perso la strada di casa. Abbiamo scoperto lo zero, l’abbiamo dato ad altri e noi siamo rimasti a zero. Abbiamo fatto evolvere la medicina e i medicinali e ci siamo ammalati. Nella matematica abbiamo contribuito all’algebra e la geometria e abbiamo finito per essere frazioni decimali del mondo. […] 
E il futuro? Il futuro è di chi lo costruisce. Noi viviamo nel passato. Una parte di esso è stato glorioso e ha prodotto invenzioni. Nella nostra storia abbiamo quanto basta per andar fieri, se non fosse che andiamo fieri di una gloria inesistente, di vittorie che non sono mai arrivate, e di eroismi leggendari. […] 


Vignetta di Al-Quds al-‘Arabi, 3 luglio 2016.
Attacco terroristico in Bangladesh





Al-Sharq al-Awsat, 4 luglio 2016. Di Ma’mun Fandy

Non avrei mai immaginato di guardare un giorno la cartina del mondo arabo e vederne i confini tracciati con il sangue, da Baghdad a Damasco fino a Tripoli di Libia e Tripoli del Libano. […] È giusto domandarci chi sia il responsabile di questo spettro spaventoso, se la nostra cultura, le nostre politiche oppure i media, che diffondono quotidianamente queste immagini anche durante la fascia oraria protetta. […] Qual è la soluzione? Ridisegnare i tratti culturali delle nostre società? Dare l’esempio ai nostri figli e alle nostre figlie? Oppure adottare politiche specifiche per mettere fine a questa condizione di apatia di fronte alla mappa del sangue, politiche che facciano i conti con le radici del problema? L’esempio è senz’altro fondamentale, l’uomo politico deve avere il coraggio di correggere il nostro percorso culturale, anche se così facendo andrà contro corrente. […] 
I nostri responsabili devono pensare a nuove politiche di istruzione, che subisce il peggiore degli sfruttamenti. […] Le nostre istituzioni religiose devono occuparsi della direzione spirituale e di ampliare gli orizzonti della conoscenza delle diverse religioni presenti nelle nostre società. Queste istituzioni devono prendere coscienza del ruolo che è stato loro affidato e non devono usurpare i ruoli altrui. Il problema principale delle nostre società è che la maggior parte di noi non svolge correttamente il proprio ruolo perché è impegnato a svolgere quello degli altri. L’uomo politico fallisce in politica perché vuol essere un uomo di religione, mentre l’uomo di religione fallisce nel presentarsi come modello spirituale perché vuol essere un policy maker. La mappa del sangue che disegna i confini dei nostri Paesi non richiede una soluzione semplice e banale che identifichi la crisi con l’Isis o con gli estremisti: tali manifestazioni sono i sintomi di una malattia, non la malattia stessa. Dobbiamo riflettere a lungo sulla portata e sulla profondità della crisi.    

martedì 14 giugno 2016

"La commistione tra Islam e politica ha fatto sfociare l’Islam nel terrorismo"

[Voci dal mondo arabo]


Dopo la strage di Orlando, un giornalista saudita solleva una critica: "La maggior parte dei popoli islamici cerca una via di fuga, eludendo la verità e inventando ragioni presunte"

Al-Jazeera, 14 giugno 2016. Di Muhammad Al al-Shaykh

So con certezza che la maggior parte dei popoli islamici odia la verità, cerca la via della fuga, eludendola e inventando delle ragioni presunte. Ho maturato questa certezza dopo aver scritto periodicamente e osservato, per oltre quindici anni, le reazioni che suscitano i miei scritti.

Dopo l’11 settembre ci siamo ostinati, abbiamo imbrogliato e rifiutato di accettare la verità, il fatto cioè che gli attentatori fossero musulmani arabi, e abbiamo detto che questo crimine efferato non aveva nulla a che vedere con l’Islam e con i musulmani, ma era un complotto dei nemici sionisti. Finché ha fatto la sua comparsa Bin Laden, criminale deceduto, che ha rivendicato l’attentato.

Ieri un afgano di origini musulmane ha fatto irruzione in una discoteca per gay a Orlando in America con un kalashnikov, ha ucciso 50 persone e ne ha ferite altre 53 in uno dei più grandi attentati terroristici dopo quello dell’11 settembre. Questo fatto avrà sicuramente conseguenze gravi per l’immagine dell’Islam tra gli americani e contribuirà a rafforzare i sentimenti di odio verso i musulmani da parte americana, in particolare ora che la battaglia presidenziale è alle porte e la lotta tra i candidati del partito Repubblicano e Democratico divampa. In questo periodo in particolare, ciascun candidato cercherà di polarizzare i sentimenti degli elettori e ottenere il loro voto. Non ho il benché minimo dubbio che il candidato di estrema destra, Donald Trump, sfrutterà questo attentato terroristico per rafforzare la sua celebre presa di posizione razzista contro i musulmani, e la candidata Hillary Clinton sarà costretta a tenere il passo con lui. I primi perdenti saranno gli americani musulmani, poi i musulmani di ogni parte del mondo. Sarà una sconfitta per la reputazione e l’immagine dell’uomo musulmano, dubiteranno di lui e lo accuseranno di terrorismo, ovunque egli andrà.

Come dissi in occasione degli eventi dell’11 settembre, e come ribadisco ora, la commistione tra Islam e questioni politiche ha fatto sfociare l’Islam nella violenza e nel terrorismo. Certo, non vi è relazione tra l’Islam e il terrorismo, ma chiunque creda che l’Islam debba entrare nelle questioni politiche, ne fornisca la categoria, e difenda ciò in cui si avventurano i movimentisti sedicenti musulmani è responsabile del terrorismo, sia che condanni questi crimini sia che li accolga.

L’Islam è prima di tutto il rapporto tra l’uomo e il suo Signore, un rapporto riassunto dai cinque pilastri dell’Islam, che sono le costanti in ogni tempo e in ogni luogo. Il resto, come dico e ripeto sempre, sono questioni puramente terrene […], stabilite dalle necessità contingenti. I sedicenti musulmani politicizzati rifiutano le realtà storiche nonostante queste siano confermate come tali, e non ritengono necessario accompagnarle con cambiamenti di natura contingente. Il risultato della divergenza tra le condizioni del passato e le necessità del presente è il fallimento dei sedicenti musulmani e delle loro teorie. Ciò ha fatto sì che l’Islam diventasse per i musulmani politicizzati uno strumento di violenza e terrorismo.

Perciò io dico che il terrorismo continuerà a minacciare il mondo da un capo all’altro fintanto che i musulmani non si convinceranno fermamente a tenere lontana la loro religione, il lecito (halāl) e l’illecito (harām) dai corridoi della politica. La religione è costante, non muta, mentre la politica deve mutare per adeguarsi alle condizioni e alle necessità mutevoli.