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domenica 14 febbraio 2016

Sui media arabi continua la guerra tra filo-sauditi e filo-iraniani

[Voci dal mondo arabo]

Chi mette Isis e Iran sullo stesso piano e chi invece imputa la crisi attuale all’Arabia Saudita e alla diffusione del wahabismo. Tre articoli da tre diversi giornali arabi mostrano quanto è accesso lo 
scontro che sta dividendo (e distruggendo) il Medio Oriente.


La lettura del testo e la riforma religiosa

Di Ridwan al-Sayyid, al-Ittihâd, 17 gennaio 2016

Sebbene non abbiano le azioni di Daesh e degli iraniani non  abbiano alcuna relazione con la religione, nemmeno per chi le commette in nome di quest’ultima,  esse ci pongono ogni giorno di fronte a problematicità con cui dobbiamo fare i conti.
Quando, cinque mesi fa, gli ufficiali iraniani hanno iniziato a cadere ad Aleppo e nel nord della Siria, gli sciiti, e tra loro Khamenei, nei loro discorsi commemorativi affermavano come questi fossero morti solo per proteggere i luoghi di pellegrinaggio degli Al al-Bayt e combattere quanti lanciavano anatemi. Quando poi il fronte di Riyadh si è mosso contro Teheran, Ja‘afari, capo della Guardia della rivoluzione, ha dichiarato che la Guardia aveva addestrato duecentomila combattenti dispiegandoli in cinque Paesi arabi per diffondere i valori della rivoluzione islamica e difendere gli interessi della Repubblica!
Dopo tutto ciò c’è ancora bisogno di spiegare i due pretesti dell’ingerenza iraniana, vale a dire difendere i luoghi di pellegrinaggio e combattere chi accusa gli sciiti di miscredenza? Noi siamo tenuti a considerare queste cose seriamente non perché vi siano dei dubbi sulle due questioni, ma perché dobbiamo parlare ai cittadini arabi – musulmani, cristiani e non solo. Molti di loro credono a ciò che dicono gli iraniani, non perché abbiano una buona opinione dell’Iran, ma per la cattiva opinione che al-Qaida e Daesh hanno diffuso degli arabi e dell’Islam. Daesh ha attaccato alcuni luoghi di pellegrinaggio, la maggior parte dei quali sono dedicati a personalità sufi e storiche sunnite. I santuari e le tombe che offrono loro sepoltura, che siano dedicati agli Al al-bayt o ad altri, sono edifici dei sunniti, non degli sciiti – com’è il caso del mausoleo di Sayyida Zeynab nelle vicinanze di Damasco – e perciò difendere questo patrimonio religioso non spetta né agli iraniani né a Hezbollah. Non si è mai sentito che un Paese occupi un altro Paese perché una tomba
che gli appartiene è oggetto di attacchi. Così come non si è mai sentito che i musulmani sunniti nel mondo abbiano il diritto di andare a proteggere i musulmani in Siria e in Iraq le cui moschee sono distrutte a migliaia dall’artiglieria, dai bombardamenti aerei e dalle esplosioni […]. 

[Per leggere tutto l’articolo clicca qui]


Daesh e il daeshismo del regime saudita

Di Sâmir al-Marâhî, al-Akhbâr, 9 febbraio 2016

Chi legge in maniera scientifica e oggettiva la situazione in cui versano le nostre società e molti Paesi arabi e islamici per la diffusione del takfîr (anatema) criminale e la violenza daeshita [Daesh è l’acronimo arabo per Isis. Daeshita si riferisce all’ideologia di Daesh, ndt], percepirà come il fattore intellettuale e ideologico sia la causa principale di ciò che affligge le nostre società e i nostri Paesi. Questo fattore può essere sintetizzato nel salafismo wahabita e nella sua cultura. È evidente che il salafismo wahabita non si sarebbe diffuso in molti Paesi arabi e occidentali se il regime saudita non lo avesse fatto proprio e non gli avesse garantito il sostegno materiale, mediatico e politico. Il salafismo è riuscito ad attrarre molti seguaci fino a diventare un movimento mondiale il cui riferimento è il wahabismo saudita. La natura delle dottrine adottate dal salafismo wahabita non è un segreto. Esso include la peggior specie di sciovinismo religioso, l’accusa di miscredenza e l’annientamento dell’altro; il salafismo invita chiaramente a praticare la violenza, è incline alla persecuzione e alla repressione, lede i diritti dell’uomo, della donna, delle minoranze religiose e confessionali, e a distrugge la libertà in tutte le sue forme ed espressioni. È altrettanto noto che il regime saudita sostiene il salafismo wahabita e contribuisce a diffondere la da‘wa [predicazione] e  divulgare le sue dottrine, incitando al terrorismo, invitando a lanciare accuse di miscredenza, incitando a praticare la violenza, diffondendo la cultura dell’odio, fomentando la divisione e il razzismo, e incoraggiando l’uccisione e il crimine […]


La Russia offre sostegno sia a Isis sia a Bashar al-Asad

Di Ahmad Rahma, Al-Jazeera, 12 febbraio 2016




Gli arabi devono ricorrere al soft power nella lotta contro l’Iran

Di Karîm ‘Abdiyân Sa‘îd, Al-Sharq al-Awsat, 11 febbraio 2016

Non è più un segreto che il regime teocratico oggi in carica in Iran sia un’estensione del movimento anti-arabo della shu‘ûbiyya [movimento che già durante l’espansione islamica contestava la preminenza degli arabi], e che si ammanti dello sciismo per servire i propri interessi e conseguire i propri obiettivi di espansione nella regione araba. Al fine di raggiungere questi obiettivi il regime ricorre a tutti i mezzi disponibili – umani, materiali e mediatici in particolare, per uscire vittorioso dalla lotta manifesta con gli arabi.
Rispetto all’ascesa della minaccia iraniana, noi riteniamo che i Paesi arabi in generale e il Consiglio di Cooperazione del Golfo in particolare debbano bloccare questa espansione e affrontarla direttamente, senza rimandare, e lavorare alla creazione di un equilibrio strategico con questo Stato apostata, che si intromette negli affari dei suoi vicini e destabilizza la loro sicurezza e stabilità.
Vale la pena ricordare che, da ben tre decenni, gli attivisti arabi ahwazi [da Ahwaz, capitale della provincia iraniana del Khuzestan, ndt] mettono in guardia dal pericolo di incursioni del regime iraniano nella regione, in virtù della conoscenza che ne hanno avuto e di cui sono stati vittime.
All’epoca però il conflitto presentava una natura diversa rispetto a quella di oggi, perciò i loro avvertimenti non furono presi sul serio. Oggi però la lotta tra gli arabi e l’Iran è diventata una lotta esistenziale, che esige un approccio globale che preveda l’uso della forza per scongiurare questo pericolo imminente. Ma di quale forza
stiamo parlando? Io vedo due tipi di forze, l’“hard power” […] e il “soft power”. Io ritengo che il secondo sia più efficace […]. 

martedì 9 febbraio 2016

Siria: nella morsa dell’Iran e dello Stato Islamico

[Voci dal mondo arabo]

Secondo l’intellettuale libanese Ridwan al-Sayyid l’ingerenza iraniana in Siria è inopportuna e inammissibile. I pretesti  avanzati dall’Iran – la difesa dei luoghi di culto sciiti presenti a Damasco e la lotta contro chi accusa di miscredenza gli sciiti – a giustificazione del suo intervento non sono credibili perché, spiega al-Sayyid, nessuno Stato può arrogarsi il diritto di occupare un altro Stato col pretesto di difendere un luogo di culto che gli appartiene.
Nel frattempo lo Stato Islamico continua a mietere migliaia di vittime, non solo tra i cristiani e gli sciiti ma anche tra i sunniti, mosso nelle sue azioni dalla dottrina della fedeltà e della rottura (al-walâ’ wal-barâ’).  

Qui sotto la traduzione dell’articolo dell’autore.


Sebbene non abbiano alcuna relazione con la religione, anche agli occhi di chi le commette ponendole sotto la sua egida, le azioni di Daesh e degli iraniani ci pongono ogni giorno di fronte ad ambiguità con cui dobbiamo confrontarci.
Quando, cinque mesi fa, gli ufficiali iraniani hanno iniziato a cadere ad Aleppo e nel nord della Siria, gli sciiti, e tra loro Khamenei, nei loro discorsi commemorativi affermavano come questi fossero morti solo per proteggere i luoghi di pellegrinaggio degli Al al-Bayt e combattere quanti lanciavano anatemi. Quando poi il fronte di Riyadh si è mosso contro Teheran, Ja‘afari, capo della Guardia della rivoluzione, dichiarò che la Guardia aveva addestrato duecentomila combattenti dispiegandoli in cinque Paesi arabi per diffondere i valori della rivoluzione islamica e difendere gli interessi della Repubblica!

Nasrallah, l'ayatollah Khamenei e la moschea di Sayyida Zeynab a Damasco
Dopo tutto ciò c’è bisogno di spiegare i due pretesti dell’ingerenza iraniana, vale a dire difendere i luoghi di pellegrinaggio e combattere chi accusa gli sciiti di miscredenza? Noi siamo tenuti a considerare queste faccende seriamente non perché vi siano dei dubbi sulle due questioni, ma perché dobbiamo parlare ai cittadini arabi – musulmani, cristiani e non solo. Molti di loro credono a ciò che dicono gli iraniani, non perché abbiano una buona opinione dell’Iran, ma per la cattiva opinione che al-Qaida e Daesh hanno diffuso degli arabi e dell’Islam. Daesh ha rivolto la sua attenzione ad alcuni luoghi di pellegrinaggio, la maggior parte dei quali sono dedicati a personalità sufi e storiche sunnite. Quei luoghi di culto e quelle tombe i cui mausolei sono oggetto di attenzione, che siano dedicati agli Al al-bayt o ad altri, sono edifici dei sunniti, non degli sciiti – com’è il caso del mausoleo di Sayyida Zeynab nelle vicinanze di Damasco – e perciò difendere questo patrimonio religioso non spetta né agli iraniani né a Hezbollah. Non si è mai sentito che un Paese occupi un altro Paese perché una tomba che gli appartiene è oggetto di attenzioni. Così come non si è mai sentito che i musulmani sunniti nel mondo abbiano il diritto di andare a proteggere i musulmani in Siria e in Iraq le cui moschee sono distrutte a migliaia dall’artiglieria, dai bombardamenti aerei e dalle esplosioni. L’ultimo caso risale a pochi giorni fa quando a Diyala, in Iraq, una decina di moschee sono state distrutte da Daesh con il pretesto della vendetta in un attentato suicida nel mercato della città.

Ma torniamo a Daesh. Daesh ha una cattiva opinione degli sciiti e dei cristiani. Un’opinione ancor peggiore ce l’ha dei musulmani sunniti. Quasi non uccidono che loro. Daesh, così come al-Qaida, è uno scisma nella nostra religione o dalla nostra religione. È evidente che lo scisma vuole eliminare l’origine e sostituirsi ad essa. A quale pretesto religioso si appella Daesh, che uccide non centinaia ma migliaia di persone? Il pretesto è, come d’abitudine, la dottrina della fedeltà e della rottura (al-walâ’ wal-barâ’).

Alcune settimane fa ho assistito a una discussione tra due studiosi sulla questione. Entrambi erano contro Daesh, ma uno dei due riteneva necessario applicare la dottrina della fedeltà e della rottura poiché essa è contemplata in settanta versetti coranici. Questa dottrina è strettamente collegata alla controversia sull’abrogazione (naskh) tra i versetti della conciliazione e i versetti della spada. Personalmente ritengo, come centinaia di studiosi vissuti negli otto secoli che mi hanno preceduto, che le due questioni siano state risolte da questo versetto: “Dio non vi proibisce di essere buoni ed equi con chi non vi ha combattuto e non vi ha scacciato dalle vostre case, Dio ama gli equanimi” (60,8).   

Il nostro rapporto con il resto dell’umanità è fondato sulla benevolenza e la rettitudine, e noi abbiamo il diritto di difenderci solo se ci combattono a causa della nostra fede o della nostra terra. Analogamente ha posto fine a questa dottrina l’esperienza storica della umma confluita nelle interpretazioni relative alla guerra, alla pace e alla tregua che gli Stati che si sono succeduti hanno applicato. Nella dottrina della fedeltà e della rottura c’è un ampliamento notevole della nozione di fede. Chi declama che non vi è altro dio se non Iddio e che Muhammad è il suo Profeta entra nel Giardino [paradiso, ndt]. Non è miscredente chi dissente da Abu Bakr al-Baghdadi o da altri, né si può accusare qualcuno di miscredenza per questo.

Se accade che questi giovani creano una scissione e diffondono ovunque la morte e la distruzione mentre i fondamentalisti iraniani le diffondono nel mondo arabo, per quanto la loro propaganda sia falsa e assurda, non conviene prenderla alla leggera né tacere, perché il popolo sunnita e sciita non siano tratti in inganno. Non c’è potenza né forza se non in Dio.